Ulisse e la nascita della consapevolezza di sé di Massimiliano Artibani · C'è un uomo, su un'isola, a cui una dea ha promesso di non morire mai. Vive nell'abbondanza, amato, al sicuro. E ogni sera va a sedersi sugli scogli e piange, perché vuole soltanto tornare a...
L’Odissea come viaggio della coscienza:
Ulisse e la nascita della consapevolezza di sé
di Massimiliano Artibani ·
C'è un uomo, su un'isola, a cui una dea ha promesso di non morire mai. Vive nell'abbondanza, amato, al sicuro. E ogni sera va a sedersi sugli scogli e piange, perché vuole soltanto tornare a casa. Quell'uomo è Ulisse, e la sua storia ha quasi tremila anni. Voglio provare a leggerla per quello che, sotto la superficie delle avventure, mi sembra davvero: il primo racconto occidentale di un essere umano che torna alla propria consapevolezza. Non un poema di mostri e naufragi, ma la mappa di un movimento interiore che riguarda anche noi.
Metto in chiaro il metodo, così sappiamo dove andiamo. Leggo l'Odissea con gli strumenti che uso in tutto il lavoro di PsychoSystemicTales: la psicologia del profondo di Jung, la teoria dell'attaccamento, gli studi sul trauma di van der Kolk, Levine, Porges, Fisher e Gabor Maté, e alcune idee di confine come quella di Julian Jaynes sulla nascita della coscienza. Non per ridurre un capolavoro a un caso clinico, ma per ascoltare quello che il testo sa già, e che ha continuato a dirci per trenta secoli.
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Un poema costruito al contrario
La prima cosa che colpisce, se si guarda alla forma, è che l'Odissea non procede in linea retta. L'Iliade sì: comincia dall'ira di Achille e va avanti dritta, un colpo dopo l'altro, come una battaglia. L'Odissea invece si apre a metà della storia, con l'eroe già disperso da anni, e affida il racconto delle avventure più celebri a Ulisse in persona.
Il Ciclope, la maga Circe, la discesa nel regno dei morti, le Sirene: non le vediamo accadere. Le sentiamo raccontate da lui, seduto alla corte dei Feaci, il popolo che lo ha accolto naufrago. È Ulisse che dice io. È Ulisse che sceglie da dove cominciare, che mette in ordine, che si ferma sui particolari.
Questo cambia tutto. Il centro del poema non è un uomo che vive delle avventure, ma un uomo che si siede e le racconta. Esiste un Ulisse che ha agito, là fuori nel mare, e un Ulisse che adesso, al caldo, si volta indietro e guarda quell'altro. La distanza tra i due è la stessa cosa che oggi chiamiamo consapevolezza: la capacità di osservare la propria mente da fuori.
Il centro dell'Odissea non è chi combatte i mostri. È chi, dopo, si siede a raccontarli.
E qui la letteratura tocca la clinica. Bessel van der Kolk, che ha passato la vita a studiare il trauma, sostiene che si comincia a guarire quando riusciamo a trasformare un ricordo ingovernabile in una storia con un inizio e una fine. Il trauma vissuto torna a pezzi, senza tempo, come un odore o un battito accelerato. Il racconto ordinato è ciò che lo rende sopportabile. Ulisse alla corte dei Feaci fa esattamente questo. Se lo si guarda con occhi di oggi, quei canti sono la prima seduta della letteratura occidentale.
C'è perfino una traccia nel cervello. Lo studioso Uri Hasson ha mostrato che, quando ascoltiamo una storia raccontata bene, l'attività cerebrale di chi ascolta si sincronizza con quella di chi parla. È il motivo per cui certe storie ci restano dentro. Raccontandosi, Ulisse non salva solo sé: accende qualcosa anche in chi lo ascolta. Anche in noi che leggiamo, adesso.
Quando gli dèi erano voci
Nell'Odissea gli dèi intervengono di continuo. Atena protegge Ulisse, Poseidone lo perseguita, e a ogni passo mettono pensieri nella testa degli uomini, infondono coraggio, scatenano un'ira improvvisa. Di solito leggiamo queste scene come immagini poetiche: il poeta veste da dio un'idea che è venuta al personaggio. Ma c'è chi ha proposto di prenderle molto più alla lettera.
Lo psicologo Julian Jaynes ha avanzato un'ipotesi tanto affascinante quanto discussa. Secondo lui, in un'epoca antica gli esseri umani non avevano ancora la coscienza riflessiva che conosciamo. Davanti a una decisione difficile non ragionavano dentro di sé: sentivano una voce, e la chiamavano dio. Le prove, dice, sono nei poemi omerici.
Guardate Achille nell'Iliade: quasi non delibera mai, riceve comandi e obbedisce. Poi guardate Ulisse: trama, tace, aspetta il momento giusto. E davanti alle Sirene fa una cosa che nessun eroe della guerra avrebbe fatto: si lega a un albero per resistere a un desiderio che sente montargli dentro. Ha capito che il nemico, a volte, è dentro di lui, e che con quel nemico bisogna venire a patti.
Jaynes usa un'immagine che vale il viaggio: leggere Omero è come guardare un fossile, il fossile della nascita della coscienza. L'Iliade e l'Odissea sarebbero i due lati di una soglia. Da una parte l'uomo che obbedisce alle voci, dall'altra l'uomo che comincia a pensare da solo.
Il gesto che fonda l'io
E il momento preciso in cui, in questa lettura, nasce l'interiorità è sorprendente: è quando Ulisse mente agli dèi. Finché una divinità ti legge nel pensiero, tu non hai un dentro, sei trasparente. Nel momento in cui riesci a nasconderle un pensiero, si apre lo spazio segreto che chiamiamo io. La celebre astuzia di Ulisse, la sua mêtis, in questa luce non è un vezzo del personaggio, ma lo strumento con cui viene al mondo la mente capace di dirsi io.
Sono il primo a dire che l'ipotesi di Jaynes ha delle crepe, e molti studiosi le hanno segnalate. Ma non mi serve che abbia ragione sulla storia del cervello. Mi serve come una lente potente, appoggiata a un testo vero, per vedere ciò che l'Odissea mette in scena: il passaggio da un uomo governato da fuori a un uomo che comincia a governarsi da dentro.
Gli dèi, cioè le nostre parti
Questa è la porta che collega Omero alla psicologia del trauma. Quegli dèi che afferrano l'eroe e lo travolgono hanno oggi altri nomi. Li chiamiamo le nostre parti: la parte che va in collera prima che possiamo fermarla, quella terrorizzata che ci paralizza, quella che ci spinge verso ciò che ci fa male. Janina Fisher lo descrive con precisione: nel panico o nella rabbia cieca è come se una parte di noi ci sequestrasse, prendendo il comando. Guarire non significa ucciderla, ma imparare a starle accanto senza esserne travolti.
È ciò che Ulisse fa con le Sirene. Non si tappa le orecchie, vuole sentire quel canto. Ma prima si fa legare e ordina ai compagni di non slegarlo per nessun motivo. Sente la pulsione a piena potenza e sopravvive. In un'immagine di tremila anni fa c'è la definizione di quella che Stephen Porges chiama finestra di tolleranza: attraversare un'emozione enorme senza andare in pezzi e senza spegnersi.
Poseidone, ovvero il trauma che non ti lascia tornare
Perché Ulisse ci mette dieci anni a tornare, se vuole solo quello? La risposta, dentro il poema, ha il volto di Poseidone. Ulisse ha accecato Polifemo, figlio del dio del mare, e da allora il mare gli si rivolta contro. Ogni volta che la terra è in vista, una tempesta lo ributta indietro. La meta si avvicina, e qualcosa la fa saltare. Da capo.
È uno schema che chi porta una ferita non guarita riconosce bene. Peter Levine, studiando come gli animali selvatici scaricano lo spavento, ha descritto cosa succede quando il corpo umano non ci riesce: l'energia enorme mobilitata per combattere o fuggire resta intrappolata, e continua per anni a rimettere in scena la stessa minaccia. Poseidone è questo. È l'energia del trauma che non ha trovato scarico, e finché quel mare interno non si placa, la casa resta irraggiungibile per quanto forte si remi.
Il dettaglio più bello: il remo scambiato per un ventilabro
Nel regno dei morti l'indovino Tiresia fa a Ulisse una profezia strana, che quasi nessuno ricorda e che invece contiene tutto. Gli dice che tornerà a casa, ma non sarà finita. Per fare davvero pace con Poseidone dovrà ripartire un'ultima volta, camminare verso l'interno con un remo sulla spalla, lontano dal mare, finché non incontrerà un popolo che non lo ha mai visto. Un popolo che, vedendolo passare, scambierà quel remo per un ventilabro, l'arnese con cui i contadini separano il grano dalla pula. Lì, dove nessuno sa più cosa sia un remo, Ulisse lo pianterà nella terra. E solo allora potrà fare pace.
Vale la pena fermarsi su questa immagine. Lo strumento del mare, cioè del trauma, portato così lontano dal mare che nessuno lo riconosce più, e lì finalmente deposto. Non è la guarigione che cancella la ferita. È qualcosa di più vero: la ferita portata in un luogo dove ha smesso di significare pericolo. Il trauma non si dimentica, si ricolloca. E quando trova il suo posto, smette di fare male.
Circe, Calipso e le Sirene: tre modi di smettere di sentire
Lungo il viaggio Ulisse incontra tre tentazioni, e non sono tentazioni qualsiasi. Sono tre modi in cui il dolore di vivere propone di essere spento. Tre forme di anestesia che conosciamo bene anche noi.
Circe trasforma gli uomini in porci. È la resa più antica: annegare nel piacere fino a perdere la forma, fino a smettere di essere qualcuno. Ulisse resiste grazie a un'erba che gli dà Ermes, e quell'erba è la conoscenza, ciò che ti tiene umano quando tutto invita a dissolverti. Non evita l'incontro: lo attraversa restando sé stesso.
Calipso ci riporta all'uomo da cui siamo partiti. Non offre bassezza, offre il paradiso: amore, bellezza, l'immortalità, la promessa di non soffrire mai più. È la tentazione più sottile, la sicurezza assoluta al prezzo di rinunciare a chi sei. Sette anni Ulisse resta, e ogni sera piange guardando il mare. Poi, davanti al non-dolore eterno, dice di no. Sceglie una moglie che invecchierà, una casa che può bruciare, una vita che finirà. Sceglie il finito, perché qualcosa in lui continua a segnalare che il paradiso di un altro non è casa sua.
Le Sirene, infine, sono il canto più bello del mondo, quello che promette di svelarti ogni cosa e intanto ti porta a fracassarti sugli scogli. Gabor Maté, che ha capito le dipendenze meglio di molti, dice una frase da tenere: non chiederti perché la dipendenza, chiediti perché il dolore. Ogni anestesia è il tentativo di gestire una sofferenza diventata insopportabile. Circe, Calipso e le Sirene sono i tre volti di quel dolore, e Ulisse è l'uomo che li sente tutti e ogni volta sceglie la cosa più difficile: restare sveglio.
Il letto che ha le radici
Ulisse torna. Ma il momento più alto del ritorno non è la vendetta sui pretendenti: è una scena piccola, dentro casa, tra due persone che si erano perse. Penelope ha aspettato vent'anni e non gli crede. Per essere sicura che sia lui gli tende una trappola: ordina di spostare il loro letto nell'altra stanza.
Ulisse ha un moto d'ira, perché quel letto non si può spostare. Lo aveva costruito lui, anni prima, intagliandolo attorno al tronco di un ulivo ancora vivo, ancora piantato nella terra. La stanza era stata costruita intorno all'albero. Il letto ha le radici. Quel segreto lo conoscono soltanto loro due al mondo, ed è la prova. È lui. E Penelope crolla.
La casa a cui torniamo è un letto costruito attorno a una radice viva. Qualcosa che non si è mosso, e che non può muoversi senza morire.
Chi studia i legami affettivi la chiama base sicura: il luogo, o la persona, da cui si parte e a cui si torna. Qui quel concetto prende un corpo perfetto. Penelope, in vent'anni, non ha soltanto atteso: ha custodito la radice, ha tenuto fermo il punto a cui si poteva tornare. Il ritorno si compie nel riconoscersi di due persone attorno a qualcosa rimasto fedele, una memoria condivisa che nessun impostore potrebbe conoscere.
Il cane che riconosce e muore
Prima di quella scena c'è un momento che tocca più di ogni altro. Ulisse entra a Itaca travestito da mendicante, e nessuno lo riconosce, né i servi né i vecchi amici. Nessuno, tranne uno. Su un mucchio di letame giace un cane vecchio e malato, coperto di zecche, abbandonato. Si chiama Argo, e Ulisse lo aveva cresciuto da cucciolo vent'anni prima, prima di partire per la guerra.
Il cane sente passare quel mendicante sconosciuto, rizza le orecchie, muove la coda. Lo riconosce. Sotto gli stracci, sotto vent'anni, sotto il travestimento che ha ingannato ogni essere umano. Lo riconosce, e muore. Come se avesse resistito solo per questo.
Perché il cane riconosce e gli uomini no? Perché Argo non riconosce con la mente, ma con il corpo. C'è una memoria che sta sotto i pensieri e sotto le parole, una memoria dei corpi che si sono amati, e il travestimento non arriva fin lì. È la forma più pura del legame, quella che non passa dalla testa. E il fatto che Argo muoia proprio nell'istante del ritorno dice una cosa dura su ogni ritorno: si torna sempre un po' troppo tardi per qualcosa. Tornare a casa è anche fare i conti con ciò che nel frattempo se n'è andato.
L'altra Odissea, quella che non consola
Potrei chiudere qui, con una morale pulita: l'uomo attraversa il dolore, guarisce, torna a casa e ritrova sé stesso. Ma sarei disonesto, perché esiste una lettura opposta alla mia, ed è troppo intelligente per ignorarla.
Due filosofi in fuga dalla Germania nazista, Max Horkheimer e Theodor Adorno, hanno riletto l'Odissea nel mezzo della catastrofe del Novecento e in Ulisse hanno visto qualcosa di inquietante. Non l'eroe che guarisce, ma il primo uomo moderno: l'uomo della ragione fredda, del calcolo, del controllo, che per salvarsi impara a dominare tutto, il mare, i mostri, i compagni e sé stesso. La scena delle Sirene, che io leggo come un capolavoro di equilibrio, per loro è questo: mentre Ulisse legato gode del canto, i suoi uomini remano con la cera nelle orecchie e non sentono nulla. Uno gode, gli altri lavorano. È già il padrone e i servi.
E scelgono un dettaglio gelido su cui fermarsi: dopo il ritorno, Ulisse fa impiccare le serve che si erano schierate con i pretendenti, e il poema racconta i loro piedi che si agitano un poco, poi più nulla. In quella freddezza, dicono, c'è già la razionalità che governerà il mondo moderno.
Allora chi ha ragione? Ho imparato, lavorando con le storie, che la verità dell'Odissea sta nel non scegliere. Ulisse guarisce e Ulisse fa strage. La stessa coscienza che nasce, quella capacità di guardarsi da fuori e di tenere a bada le proprie tempeste, è insieme una conquista e una ferita. Lo stesso sangue freddo che regge davanti alle Sirene è quello che fa impiccare le serve.
Nel mio lavoro tengo un principio che dico così: onorare il fiore senza benedire il muro. Possiamo onorare il fiore, la coscienza che nasce, l'uomo che torna a sé, senza per questo benedire il muro contro cui ha sbattuto, senza fingere che la violenza fosse necessaria o giusta. Il fiore è vero. Il muro resta un muro.
Il tuo ritorno
Torniamo, per finire, all'uomo sullo scoglio, quello che ha tutto e piange guardando il mare. Ho detto all'inizio che quell'uomo siamo noi, e forse adesso si capisce meglio perché. Prima o poi ci ritroviamo tutti su un'isola, magari comoda, magari con una vita che da fuori sembra a posto, e sentiamo che c'è una casa a cui non siamo ancora tornati.
L'Odissea non è la biografia di un re di tremila anni fa. È la mappa di un movimento che facciamo tutti: perdersi, e poi imparare a raccontarsi la propria storia; scoprire che i mostri più duri non stanno nel mare ma dentro; attraversare le proprie tempeste senza affogarci e senza spegnersi; e un giorno portare il proprio remo così lontano da dove ha significato paura che lì nessuno lo riconosce più, e finalmente piantarlo nella terra.
Vi lascio con tre domande, da portare con voi dopo aver chiuso questa pagina. Qual è il vostro Poseidone, l'onda che rimette in scena la stessa vecchia minaccia ogni volta che state per arrivare? Quali sono le vostre Sirene, le forme in cui il dolore vi chiede di essere spento? E qual è il vostro letto radicato, la casa a cui, sotto tutti i travestimenti e tutti gli anni, potete ancora tornare?
Perché forse tornare a casa non vuol dire tornare in un luogo. Vuol dire tornare presenti, e tornare, finalmente, a sé stessi.
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Questo articolo fa parte del percorso PsychoSystemicTales®, in cui rileggo fiabe e grandi racconti con gli strumenti della psicologia del profondo, della teoria dell'attaccamento e degli studi sul trauma.







