Il Mito de la Cura

Il Mito de la Cura

Il Mito

Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, l’attenzione di Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Pensosa, senza bene rendersi conto di quello che andava facendo, Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo.

Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì con facilità. A questo punto, Cura chiese di poter imporre il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo il nome di quell’essere doveva provenire da lui, che gli aveva infuso la vita.

Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: questa riteneva, infatti, che il nome avrebbe dovuto essere il suo, essendo sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la diatriba, fu chiamato a pronunciarsi Saturno, il cui giudizio distribuì le rivendicazioni: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato “uomo“, perché creato dall’humus.[2]

 

(tratto da Wikipedia)

 

Il Mito de la Cura

Scritto da

il mito della cura, studiato da Heidegger e raccontando nel suo libro Essere e Tempo, tocca le corde di una conoscenza ancestrale, molto antica agli occhi dell’uomo contemporaneo, ma molto intima e sentita.

L’essenza dell’uomo stesso è la cura che lo costituisce da un punto di vista esistenziale o ontologico come direbbe il filosofo tedesco. Ne costituisce il significato. il senso della vita stessa dell’uomo inteso come discorso che si fa reale, racconto nel divenire del tempo. Noi esistiamo nella materia, in questa dimensione e di conseguenza lo siamo in divenire nel tempo. La cura intesa come prendersi cura, di noi stessi e del mondo è il principio stesso del nostro esistere ciò che ci da sostanza e significato. Un ragionamento molto filosofico, che però ha una serie di ripercussioni forti nella vita pratica dell’essere umano. Se questo risulta vero come nel racconto del mito greco, non si tratta solo di occuparsi degli altri, della comunità, della natura, ma è insito nel significato stesso della nostra esistenza. Come nella canzone di Battiato, che prende il titolo dalla figura mitologica stessa, ci troviamo di fronte all’esigenza, principio implicito del nostro vivere. Non possiamo esimerci dal prenderci cura dell’altro, dell’ambiente che ci circonda, del mondo nella sua evoluzione naturale, cercando conoscenza e attenzione al suo naturale svolgimento, come un giardiniere nell’Eden che ci è stato consegnato alla nostra nascita, alla vita. Purtroppo nelle perdita del contatto con la nostra essenza, attraverso la perdita di contatto con il corpo, avviene il senso di lacerazione e l’apparizione inconsapevole dell’abisso della solitudine. Nei processi rituali che definivano il nostro aggregarci in tribù, nei canti, nelle danze, nei riti iniziatici, l’uomo cercava la percezione di questo contatto primigenio con la vita, la riproduzione del processo di nascita, rivoluzione, morte e rinascita del Sole, raccontato anche così prepotentemente dal mito della Cura. Dalla polvere, nasciamo ed alla polvere torniamo (dust in the wind dei Kansas).
Il profondo condizionamento prodotto dall’impronta fortemente utilitaristica della tecnologia, ci porta a porre l’attenzione sulla modalità prettamente razionale di interpretazione della realtà che ci circonda. La Tecnologia serve a migliorare le condizioni di vita, ma lo strumento nel momento che diventa parte stessa del corpo, lo trasforma cambiando anche i nostri stessi processi cognitivi perché l’organismo umano è un sistema volto a produrre consumando meno energia possibile, di conseguenza una volta acquisiti dei processi non serve alimentare quella parte del cervello che deve mantenere la consapevolezza su di essi. I processi rimangono memorizzati nel cervello attivando percorsi automatizzati nel corpo e la parte adibita all’attenzione consapevole il cosiddetto cervello che nota, si spegne, mantenendo il pilota automatico per ciò che è considerato puramente sopravvivenza. Ecco l’importanza che costituiscono gli studi contemporanei sul trauma. stanno scoprendo come funzioniamo rispetto alle esperienze che consideriamo traumatiche e come siamo ingegnerizzati per salvarci la vita. Tutto questo ci fa dimenticare, o per meglio dire, perdere la percezione del contatto con ciò che profondamente percepiamo nel corpo, la nostra essenza creatrice, che per i greci era la Cura. L’arte è un linguaggio che ci aiuta a riprendere il contatto, ma questa è un altra storia.

Nel suo libro “Essere e tempo”, Martin Heidegger racconta il mito della Cura, un mito che descrive la condizione esistenziale dell’uomo.

Il mito della Cura è una metafora della condizione esistenziale dell’uomo. L’uomo è un essere gettato nel mondo, senza una natura o una destinazione predeterminata. L’uomo è libero di scegliere il proprio destino, ma è anche responsabile delle proprie scelte.

La Cura è la struttura ontologica dell’uomo, è la sua condizione di essere-nel-mondo. La Cura è ciò che ci permette di relazionarci con il mondo e con gli altri.

Heidegger distingue tra due tipi di Cura:

  • La Cura inautentica: è la Cura che si perde nel mondo delle cose e delle opinioni. L’uomo inautentico è un essere-per-gli-altri, che vive la sua vita in funzione degli altri.
  • La Cura autentica: è la Cura che si assume la propria responsabilità e si orienta verso il proprio significato. L’uomo autentico è un essere-per-sé, che vive la sua vita in funzione di se stesso.

Il mito della Cura è un mito che può aiutarci a comprendere la nostra condizione esistenziale. Se comprendiamo la nostra condizione di essere-nel-mondo, possiamo scegliere di vivere una vita autentica e significativa.

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Paura della morte

Paura della morte



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Paura della morte

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Checov un giorno disse: “L’idea della morte mi accompagna da tutta la vita, l’ho pensata per tutta l’esitenza, ma quando lei arriverà io non ci sarò. Sarò già morto”. In fondo il sogno di trovarsi di fronte alla propria morte in maniera consapevole e magari potersi relazionare con essa è un pensiero molto pop. Se pensiamo alla canzone Samarcanda di Vecchioni o al film Brancaleone alle Crociate in cui alla fine il protagonista accetta di affrontare con lei l’ultimo duello. Anche nel medioevo era oggetto di canzoni come dimostra il ballo in fa diesis di Branduardi. La paura di morire nasconde un tema profondo ed “esistenziale” presente in tutta la storia del pensiero umano, l’eterna domanda sul significato della vita. D’altronde vita e morte non possono  essere concepite l’una senza l’altra

Abbiamo paura di morire,  

in realtà sappiamo fin dalla nascita che accadrà, ma per un certo periodo di tempo non ci pensiamo, presi dalle emozioni e dal fluire della vita, non facciamo caso al tempo che scorre. Improvvisamente poi (con la crisi di mezza età, direbbe qualcuno) col passare degli anni questa paura si affaccia, ci ricordiamo che non ci saremo:

“Ricordati che devi morire!” predicava Savonarola, “mo me lo scrivo!” rispose il meraviglioso Massimo Troisi in – Non ci resta che piangere –
Non è la morte in sé che ci spaventa, d’altronde quando arriva non siamo più vivi per saperlo, quanto il fatto che non vivendo più, non possiamo più fare esperienze, provare emozioni, percepire tutto quello che definiamo vita, ciò che siamo, il nostro flusso di pensieri, la percezione della nostra identità.
E se invece potessimo farlo ugualmente?
Per questo dalle storie (racconti popolari e favole) e dai miti siamo passati alle religioni, per rispondere all’orrore di questo vuoto esistenziale.  La Paura è la chiave alla produzione di risposte possibili che diano senso al caos inspiegabile senza leggi. Anche Einstein ne era terrorizzato osservando i primi barlumi della Fisica Quantistica “Dio non gioca a dadi” disse.
Le religioni nascono dalla paura, non lo sostengo io ma il primo antropologo italiano inconsapevole data l’epoca, Giambattista Vico. Ovviamente hanno un grande potere consolatorio e siamo liberi personalmente di credere in ciò che preferiamo. Ma proviamo insieme a giocare al come sarebbe se, proviamo a dire che abbiamo diversi modi di leggere ed ascoltare la storia raccontata  prima dai miti e poi dalle religioni. Il primo prendendo alla lettera ciò che raccontano le sacre scritture. Esiste Dio che è un essere superiore, il quale ci ha creato a sua immagine e osserva come ci comportiamo, giudicandoci all’ultimo in un finale abbastanza pirotecnico

e data la situazione del pianeta e dell’umanità c’è chi sospetta che ci siamo vicini. Considerando che esistono religioni diverse e di conseguenza “Dio” differenti, questo spesso genera discussioni e conflitti non indifferenti su quale sia quello vero. Benigni diceva in un noto sketch televisivo: “E se poi dall’altra parte incontrassimo Manitù che gli diremmo? Ah io leggevo Tex Willer! “. Se esistesse un altro modo di leggere ed ascoltare queste storie? Sono storie che in realtà nascono dall’alba dei tempi e che forse fanno riferimento all’idea di monomito di cui parlava Joseph Campbell ne “L’eroe dai mille volti”. Da Gilgamesh a Mitra, Ercole, Zoroastro, Brama e il suo adepto Arjuna, Buddha, Gesù di Nazareth. Tutte le loro vite, le loro storie, le azioni compiute, raccontano un viaggio dell’eroe che tra le righe nasconde più di un messaggio profondo. Queste storie nascono da racconti che descrivono percorsi esperienziali, viaggi di acquisizione di consapevolezza che avvengono durante la loro stessa vita e li trasformano dalla semplice dimensione umana che hanno al principio, in quella divina del finale e quindi suggeriscono un senso differente all’esistenza stessa, portando il messaggio che essendo loro stessi persone nate come qualsiasi altro essere umano, il loro è un viaggio che chiunque potrebbe compiere: chiunque potrebbe in fondo sconfiggere la morte, nel senso di andare oltre il concetto di fine dell’esistenza. Non entro nel merito di questioni puramente teologiche qui, adesso, come ad esempio la verginità della madre  ecc. Ogni racconto ha un narratore con interessi che vanno oltre la semplice narrazione della storia e tutti sappiamo quanto manipolatorie possano essere i racconti, ma questo sarà tema di un altro post.  il problema del senso della vita nasce proprio per colmare la sensazione di vuoto e di dolorosa vertigine che l’uomo prova  al momento della morte.  Si ritrova solo con tutti i giorni ormai passati, tutti i beni e le proprietà acquisite (San Filippo Neri cantava Tutto è vanità )

senza più tempo per poterle vivere, provare piacere o benessere, senza il tempo per realizzare altri desideri L’unica cosa che riempie quel senso di vuoto in quell’istante senza più la percezione della gioia e della pace.

L’uomo si ritrova solo con il vuoto  di fronte all’ignoto, è questo che fa davvero paura: il senso di profondo nichilismo che pervade il tutto. Quello che ci viene raccontato nell’esperienza della vita quotidiana di questi personaggi straordinari, è che ci sono momenti che non hanno a che fare con il possedere, il reagire, il dominare e vincere, l’ottenere riconoscimento o gratificazione  e momenti ch hanno a che fare invece proprio con quel senso di pace comprensione comunione con la natura, con le altre persone, momenti di partecipazione emotiva, si direbbe d’amore ed è questo che in realtà ci fa sentire meglio di qualsiasi altra esperienza. Preferiscono alla vita definita mondana un senso diverso più profondo perché ci dicono che ciò che sentono in quei momenti rari in verità è il flusso della vita stessa. Ciò che nel romanticismo definivano come flusso poetico. La storia, dunque che ci sarebbe stata raccontata per millenni attraverso queste storie, sarebbe quella dell’evoluzione dell’essere umano da una dimensione animale iniziale ad una sempre più in connessione con il principio vitale che anima questo sistema -universo- e poi perchè no, il pluriverso. Sostengono gli indù il Brama stesso, il Logos, il Tawhid esso è il principio a cui ci ricongiungiamo, è come se ad un certo punto la nostra funzione identitaria, la nostra coscienza di sistema si sintonizzasse con la -Matrix- di tutto il sistema che genera la vita stessa e non con la singola causalità del quotidiano, azioni quotidiane fatte di preghiere, meditazioni, comportamenti ed esperienze che cambino fisicamente il nostro cervello e sviluppino una sorta di super coscienza evoluta. Certo questa potrebbe essere una bella storia da scoprire per abbandonare la paura della morte come fine di ciò che siamo, perchè potremmo essere semplicemente molto di più da ciò che abbiamo pensato di essere fino ad oggi.

Per Michel Foucault, la morte non è un evento naturale, ma un’invenzione sociale.

La morte, infatti, non è un’esperienza che possiamo vivere direttamente, ma è qualcosa che ci viene raccontato. È attraverso i discorsi, le pratiche e le istituzioni che la morte viene costruita e significata.

Foucault sostiene che la morte è stata inventata in epoca moderna, con l’avvento della medicina e della scienza. In precedenza, la morte era un evento quotidiano e familiare, che faceva parte della vita quotidiana. Con l’avvento della medicina, la morte è diventata un evento sempre più raro e lontano, che ha finito per essere percepito come qualcosa di spaventoso e misterioso.

La morte, secondo Foucault, è una costruzione che serve a diversi scopi. Innanzitutto, serve a controllare e disciplinare i corpi. La paura della morte è un efficace strumento per indurre le persone a conformarsi alle norme sociali e a evitare comportamenti rischiosi. In secondo luogo, la morte serve a legittimare il potere. La morte è spesso utilizzata per giustificare la violenza e l’oppressione, come nel caso della guerra o della pena di morte.

L’affermazione di Foucault che la morte è un’invenzione ha suscitato molte polemiche. Alcuni critici hanno accusato Foucault di negare la realtà della morte. Altri hanno sostenuto che Foucault ha esagerato l’influenza dei discorsi e delle pratiche sociali sulla nostra percezione della morte.

Tuttavia, l’affermazione di Foucault che la morte è una costruzione sociale ha il merito di aprire una nuova prospettiva sul tema della morte. Foucault ci invita a riflettere sul modo in cui la morte viene rappresentata e significata nella nostra cultura. Ci invita a chiederci quali sono le conseguenze di questa costruzione sociale per la nostra vita e per la nostra percezione della morte.

Ecco alcuni esempi di come la morte viene costruita e significata nella nostra cultura:

  • La medicina e la scienza: la medicina e la scienza hanno contribuito a rendere la morte un evento sempre più raro e lontano. I progressi della medicina hanno portato a un aumento dell’aspettativa di vita e a una riduzione della mortalità infantile. La scienza, invece, ha contribuito a spiegare la morte come un processo naturale, privo di significato.
  • I media: i media hanno un ruolo importante nella costruzione della nostra percezione della morte. I notiziari, i film e le serie televisive ci presentano spesso la morte come un evento violento e tragico. Questo può contribuire a alimentare la paura della morte e a vedere la morte come qualcosa di negativo.
  • La religione: la religione offre diverse spiegazioni sulla natura della morte. Alcune religioni, come il cristianesimo, propongono l’idea di un’aldilà, dove la vita continua dopo la morte. Altre religioni, invece, come il buddismo, propongono l’idea della reincarnazione, dove l’anima si reincarna in un nuovo corpo dopo la morte.

La nostra percezione della morte è influenzata da una varietà di fattori, tra cui i discorsi, le pratiche e le istituzioni sociali.

Nel suo libro “Essere e tempo”, Martin Heidegger racconta il mito della Cura, un mito che descrive la condizione esistenziale dell’uomo.

Il mito narra di una dea chiamata Cura, che si imbatte in un fango cretoso e decide di plasmarlo a sua immagine. Dopo averlo plasmato, Cura gli dà il nome di “uomo” e lo abbandona nel mondo.

Il mito della Cura è una metafora della condizione esistenziale dell’uomo. L’uomo è un essere gettato nel mondo, senza una natura o una destinazione predeterminata. L’uomo è libero di scegliere il proprio destino, ma è anche responsabile delle proprie scelte.

La Cura è la struttura ontologica dell’uomo, è la sua condizione di essere-nel-mondo. La Cura è ciò che ci permette di relazionarci con il mondo e con gli altri.

Heidegger distingue tra due tipi di Cura:

  • La Cura inautentica: è la Cura che si perde nel mondo delle cose e delle opinioni. L’uomo inautentico è un essere-per-gli-altri, che vive la sua vita in funzione degli altri.
  • La Cura autentica: è la Cura che si assume la propria responsabilità e si orienta verso il proprio significato. L’uomo autentico è un essere-per-sé, che vive la sua vita in funzione di se stesso.

Il mito della Cura è un mito che può aiutarci a comprendere la nostra condizione esistenziale. Se comprendiamo la nostra condizione di essere-nel-mondo, possiamo scegliere di vivere una vita autentica e significativa.

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Rabbia

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La rabbia è un’emozione di base universale e un’esperienza umana comunemente condivisa, indipendentemente dalletà, dalla cultura o dalletnia. La funzione adattiva della rabbia risiede nellistinto di proteggersi per sopravvivere nel proprio ambiente e di reagire alle ingiustizie, ai torti subiti o percepiti e alla percezione che i propri diritti sono stati violati.

La rabbia è l’emozione, nella sua definizione lessicale che domina il comportamento umano nella nostra società contemporanea provocando quella che invece definiamo aggressione

La rabbia è uno stato emotivo, come descritto sopra, mentre laggressione si riferisce all’azione compiuta. Laggressività è coerente con l‘aggressione fisica e verbale, mentre la rabbia è coerente con un forte senso di disagio, che rappresenta un’espressione soggettiva di aggressività. La rabbia può causare comportamenti aggressivi (ad esempio, urlare, lanciare oggetti) e aumenta in modo affidabile la probabilità di mettere in atto tali comportamenti (Anderson & Bushman, 2002). Tali comportamenti possono portare a conseguenze negative come liti violente, danni alla proprietà e aggressioni fisiche. Pertanto, le persone con alti livelli di rabbia hanno maggiori probabilità di subire conseguenze negative (Deffenbacher, Oetting, Lynch, & Morris, 1996). La violenza è lesempio più drammatico delle conseguenze negative della rabbia e la forma più distruttiva di gestione (Korn & Mùcke, 2001). Tuttavia, i sentimenti di rabbia non sempre sfociano in comportamenti violenti e aggressivi, così come la violenza e l‘aggressività possono verificarsi senza rabbia (ad esempio, nel caso del furto, un attacco puramente strumentale). Infatti, alcuni comportamenti aggressivi sono privi di rabbia, mentre altri sono pieni di rabbia che non può essere definita aggressiva. Le persone guidate dalla rabbia sono sempre emotive, mentre le persone aggressive possono essere poco emotive e apatiche (Fein, 1993).

Allinterno della categoria emotiva della rabbia, esistono vari stati emotivi ad alta intensità emotiva e attivazione, come la rabbia, la collera e il risentimento, nonché stati emotivi a bassa intensità, come il risentimento, la frustrazione e limpazienza. In tutti i casi, questi stati emotivi sono intensi ma transitori. Tuttavia, possono rimanere e persistere nella persona attraverso vari meccanismi di mantenimento, come le ruminazioni di rabbia.

Allo stesso modo, a livello linguistico, nel vocabolario emotivo della categoria emotiva della rabbia, gli individui usano parole specifiche per descrivere questo stato emotivo, come risentito, irritabile, arrabbiato, furioso, furioso, irritabile, lunatico, ostile, furioso e arrabbiato.

La rabbia è uno stato emotivo intenso che si attiva nellindividuo in risposta a stimoli interni ed esterni e alle loro interpretazioni cognitive. È un processo che segue fasi specifiche (insorgenza, persistenza e attenuazione) ed è spesso accompagnato da cambiamenti fisiologici e comportamentali che hanno la funzione di adattare l’individuo allambiente.

Le sue componenti comprendono lattivazione fisiologica dellorganismo, le componenti cognitive (interpretazioni cognitive, pensieri, credenzee immagini), le componenti fenomenologiche (percezioni soggettive, etichettatura lessicale) e le componentie spressive e comportamentali (linguaggio del corpo, espressioni facciali e tendenze comportamentali). Queste dimensioni interagiscono tra loro e influenzano lesperienza individuale della rabbia.

La rabbia è una reazione emotiva che genera un comportamento, il più delle volte di tipo violento

Come si manifesta nella persona la rabbia?

 La rabbia è principalmente una sensazione corporea, la definiamo emozione,  ma la parola ci porta a pensare a qualcosa di astratto che effettivamente prova il corpo. non riusciamo ad osservarla e quindi definirla completamente, quando siamo presi da questa emozione il corpo ci spinge ad agire di più in fretta possibile in due direzioni opposte una di Iperarosal o iperattivazione e l’altra di ipoarousal (Van Der Kolk 2021)  La prima è una reazione di attacco, la seconda di difesa di fuga.  In pratica o alziamo il tono della voce e cerchiamo di cambiare il nostro stato quello che in realtà pensiamo sia la situazione agendo anche in maniera violenta oppure scappiamo, ci nascondiamo oppure ci viene sonno tendiamo a dormire o addirittura ci congeliamo. Mentre accade tutto questo il cervello non smette completamente di pensare ma attiva delle reti neurali che noi percepiamo come pensieri, nella maggior parte dei casi di contenuto svalutante riguardano la nostra incapacità o la concezione di  giusto o sbagliato. Sono tutti pensieri che attribuiscono il verificarsi degli eventi a responsabilità relativa a causa esterne  “è quello che non sa guidare” ” mi ha tagliato la strada” ” è lui che mi ha attaccato” ” Lo senti che dice?”

Ggli eventi indubbiamente accadono, ma la responsabilità  di quello che noi percepiamo dipende da noi.  Se coltiviamo e ci addestriamo ad imparare ad osservare le nostre reazioni, con un addestramento di tipo mindfulness (Fisher 2022)  usciamo dall’attivazione automatica della rete e ci ritroviamo a scoprire nuove risorse che ci permettono di reinterpretare quella sensazione di sofferenza come una semplice perturbazione energetica interiore.
L’uomo fin dai tempi antichi attraverso il racconto di storie, favole, diventate nel tempo miti e poi persino racconti di tipo religioso ha indagato e soprattutto suggerito comportamenti per andare oltre questi comportamenti. Interpretati come comportamenti limitanti hanno contrubuito ad alimentare l’idea teleologica di un fine evolutivo all’esistenza dell’essere umano. Apprendere le tecniche specifiche di gestione dell’iperarusal o ipoarusal, pone l’uomo nella condizione  esistenziale superiore di superamento della parte animale per giungere a quella divina. Proprio questo intendeva il Buddha quando diceva di controllare le pulsioni del corpo o Gesù di Nazareth quando diceva di porgere l’altra guancia e che il regno dei cieli è di coloro che sono miti. Oggi potremmo dire consiste nel  coltivare la capacità di osservare le proprie reazioni osservandole, in questo modo la corteccia prefrontale non si spegne e l’attivazione automatica della rete si scioglie, non avviene più in un attimo ma addestrandosi in maniera disciplinata si riesce a sviluppare la parte duale del cervello, di fatto potenziandolo.
La rabbia come doppio legame

Bateson ha studiato in particolare il ruolo della rabbia nel contesto del doppio legame. Il doppio legame è una situazione comunicativa in cui una persona riceve due messaggi contraddittori, entrambi con lo stesso livello di importanza. Questo può portare a una confusione e a una frustrazione che possono sfociare in rabbia.

Ecco alcuni esempi di doppio legame:

  • Un genitore che dice al figlio “Voglio che tu sia te stesso, ma devi essere come voglio io”.
  • Un insegnante che dice allo studente “Sei intelligente, ma non sei abbastanza bravo per questo compito”.
  • Un partner che dice al coniuge “Ti amo, ma non so se posso fidarmi di te”.

In questi esempi, la persona che riceve il messaggio è in una situazione in cui non può vincere. Qualunque cosa faccia, sarà in errore. Questo può portare a una confusione, a una frustrazione e a un senso di impotenza.

La rabbia nelle culture diverse

La rabbia, nelle diverse culture ha sempre un valore sia positivo che negativo

  • Nella cultura mongola, la rabbia è vista come una forza potente che può essere positiva o negativa. D’altra parte, la rabbia è talvolta vista come un’energia positiva per combattere per ciò che è giusto. Ad esempio, la storia di Temujin, il fondatore dell’Impero mongolo, racconta di un uomo che usò il potere della rabbia per vendicarsi dei suoi nemici e unire il popolo mongolo.
  • Daltraparte, la rabbia è talvolta vista come una forza negativa che portaalla violenza e alla distruzione. Per esempio, la storia di Gengis Khan, nipote di Temujin, descriveun uomo che ha usato la sua rabbia per conquistare gran parte dell’Eurasia, causando morte e distruzione.
  • Nella cultura tibetana, la rabbia è considerata un’emozione da controllare. I tibetani credono che la rabbia sia una manifestazione dell’ego e che porti alla sofferenza. Per questo motivo, i tibetani praticano varie tecniche di meditazione e mindfulness per imparare a controllare la rabbia.
  • Nella cultura indiana americana, la rabbia è considerata un’emozione naturale che può essere positiva o negativa. D’altra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza positiva che può essere utilizzata per l’autodifesa o per proteggere gli altri. Ad esempio, la storia di Tecumseh, un capo tribù dei nativi americani, racconta di un uomo che usò la sua rabbia per resistere all‘invasione dei coloni europei.
  • Daltra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza negativa che può portare alla violenza e alla distruzione. Per esempio, la storia di Cavallo Pazzo, un altro capo tribù dei nativi americani, racconta di un uomo che usò la sua rabbia per combattere contro i coloni europei, ma alla fine fu ucciso in battaglia.
  • Nella cultura Inuit, la rabbia è considerata un’emozione da controllare. Gli Inuit credono che la rabbia porti a decisioni impulsive, che possono avere conseguenze negative. Per questo motivo, gli Inuit praticano diverse tecniche di risoluzione dei conflitti per imparare a gestire la rabbia in modo costruttivo.
  • Nella cultura lappone, la rabbia è riconosciuta come un’emozione che deve essere controllata. I lapponi credono che la rabbia porti sfortuna e malattie. Per questo motivo, i lapponi praticano varie tecniche di meditazione e mindfulness per imparare a controllare la rabbia.
  • Nella cultura indonesiana, la rabbia è considerata un’emozione naturale che può essere positiva o negativa. D’altra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza positiva che può essere utilizzata per l’autodifesa o per proteggere gli altri. Ad esempio, la storia del generale indonesiano Gajah Mada racconta di un uomo che usò la sua rabbia per combattere contro i colonizzatori portoghesi.
  • Daltra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza negativa che può portare alla violenza e alla distruzione. Ad esempio, la storia di Pangeran Diponegoro, un altro generale indonesiano, racconta di un uomo che usò la sua rabbia come arma per combattere i coloni olandesi, ma alla fine fu sconfitto ed esiliato.
  • Nella cultura celtica, la rabbia è vista come un’emozione naturale che può essere positiva o negativa. D’altra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza positiva che può essere utilizzata per l’autodifesa o per proteggere gli altri. Ad esempio, la storia dell’eroe celtico Cù Chulainn racconta di un uomo che usò la sua rabbia per combattere i suoi nemici.
  • Daltra parte, la rabbia è talvolta vista come una forza negativa che può portare alla violenza e alla distruzione. Per esempio, la storia della regina celtica Medb racconta di una donna che usò la sua rabbia per conquistare il regno di Connacht.
  • In conclusione, la rabbia è un’emozione che viene valutata in modi diversi nelle varie culture. In alcune culture la rabbia è vista come una forza positiva che dovrebbe essere usata a fin di bene. In altre culture, la rabbia è vista come una forza negativa da controllare.

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Siamo di fronte ad un dramma, a noi fortunati che non lo viviamo in prima persona ci si presenta mediante le pagine dei giornali, i notiziari televisivi, i post con foto e commenti su internet e nella nostra quotidianità così bombardata d’informazione e fiction, non è certo attraverso questi strumenti che prendiamo coscienza della drammaticità della situazione. Anzi tutta questa comunicazione, questa narrazione alimenta maggiormente un senso ipnotico di lontananza e distacco da eventi che stanno accadendo realmente ad esseri umani come noi. Sono persone i migranti morti in mare cercando un approdo, sono persone i cittadini ucraini e russi che si combattono o subiscono i bombardamenti nelle loro case, sono persone quelle uccise dai terroristi in Israele e lo sono quelle bombardate da Israele nella striscia di gaza ed in Libano. Dovrebbe essere inutile ribadirlo, ma proprio questa continua informazione, questo continuo polarizzare l’opinione della gente lascia una sensazione profonda di estraniamento che produce un sottile stato di shock al quale il cervello umano risponde con la dissociazione e quindi la perdita di empatia.

Non sono io ovviamente a dirlo, ma gli ultimi studi neuroscientifici. Più i problemi che ci vengono raccontati sono di carattere generale e grandi rispetto alla nostra quotidianità, più il nostro cervello entra in protezione tende a spegnere i lobi frontali. Ecco perché assistiamo a situazioni di partecipazione collettiva alla soluzione immediata di tragedie, lì sul posto dove avvengono, terremoti, alluvioni, ma anche atti di terrorismo, ma ci sembrano così lontane situazioni di conflitto che non viviamo in prima persona e che non siamo in grado d’immaginare viverle. La continua narrazione finalizzata alla verità di un gruppo di opinione mediante processi conflittuali di discussione o dibattito, non aiuta ad uscire da questo stato ipnotico di partecipazione comunicativa.

Jonathan Heidt

Noi costruiamo storie non ragionamenti

Esistono situazioni in cui l’essere umano si sente parte di una comunità e situazioni in cui il principio di sopravvivenza prende il sopravvento e vige la legge dell’ognun per sé e Dio per tutti. Questo discorso che può sembrare discretamente semplice o una questione di senso comune come lo avrebbe definito qualche filosofo illuminista in realtà nasconde una questione ben più profonda. È vero che la società umana è una realtà collettiva e che perché questa evolva sono necessarie leggi che ne definiscano i diritti ed i doveri, ma è pur vero che la collettività è composta dai singoli individui e che è attraverso il cambiamento e l’evoluzione dei singoli che avviene l’evoluzione dell’intero sistema. Il punto fondamentale è che non siamo consapevoli dei nostri processi decisionali, non solo per quanto riguarda le azioni da intraprendere, ma anche per quanto riguarda le idee che sviluppiamo e di conseguenza il significato che diamo agli eventi ed il significato che diamo all’intero nostro mondo. Questo è un grosso problema che si ripercuote sul funzionamento di tutto il sistema terra.

Gli studi sul trauma sviluppatisi nei prima anni 2000 ci stanno mostrando come molti filosofi della prima metà del ‘900 avessero già intuito qualcosa: l’importanza del corpo in senso ontologico.

Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty e poi Lacan, Levinas per strade diverse e percorsi differenti ci hanno sollecitato ad osservare quanto fosse l’esserci, il corpo, il desiderio, la vista del volto dell’altro alla base del senso di esistenza che viviamo e ci determina.

Il trauma è una risposta automatica che il cervello innesta per permettere all’individuo di sopravvivere, il trauma il più delle volte non viene ricordato dalla mente narrativa, quella che ci parla tutto il giorno, ma è memorizzato nel corpo e spesso si riattiva non appena il cervello arcaico o rettile riceve dei segnali impercettibili per la corteccia. Per il nostro senso di identità mentale sono indistinguibili, ma ci sono e la reazione avviene in maniera automatica. Di qui ecco perché a volte agiamo in maniera inconsulta. Le reazioni di rabbia, dall’urlare fino a picchiare a sangue il nostro presunto nemico, dal sentirci perennemente stanchi a deprimersi fino al non uscire più di casa. Sono tutte risposte, naturalmente di intensità differente a traumi memorizzati nel nostro corpo. Ora il trauma una volta riattivato cosa produce? come facciamo a rendercene conto? Ci sono tre fattori che ne definiscono l’attivazione, come sostiene il lo Psichiatra Bessel Van Der Kolk questi arrivano sempre insieme: una sensazione di profondo sconvolgimento fisico, calore, tensione, crampi, tremolio ecc. un pensiero di allerta o profondamente negativo su ciò che stiamo vivendo e su se stessi ed infine una spinta fortissima a scaricare mediante un’azione, scappare o attaccare, tirare un pugno, urlare fino a situazioni ancora più drammatiche come dare ad esempio 30 coltellate a qualcuno senza rendersene veramente conto. questi fenomeni tutti noi li viviamo continuamente nella nostra giornata, fin da quando eravamo bambini. È su questi fenomeni che abbiamo costruito il senso della nostra identità, la percezione di essa e diamo un significato alla nostra vita, perché è attraverso le connessioni di causa ed effetto, le loro relazioni con le nostre percezioni che ci siamo costruiti e ci costruiamo di continuo la narrazione di ciò che siamo. Noi costruiamo storie non ragionamenti come sostiene il noto psicologo Jonathan Heidt.

Cominciamo allora a capire cosa sta accadendo al nostro mondo? La maggior parte delle scelte che facciamo nella nostra vita quotidiana, ma anche quelle compiute a livello politico, sociale da persone che ricoprono incarichi pubblici e ruoli le cui le loro singole azioni si ripercuotono sulla vita dei molti, sono scelte e azioni dettate da reazioni traumatiche inconsapevoli, ma giustificate razionalmente da narrazioni distorte. Ci stiamo raccontando un mondo sempre più dispotico e lo stiamo creando, perché noi stessi non affrontiamo la nostra dissociazione in modo consapevole e non iniziamo a renderci coscienti delle nostre reazioni traumatiche. I conflitti sono l’esempio più lampante di questa situazione. La paura, la responsabilità delle reazioni dovute alla violenza delle azioni del nostro nemico (antagonista) innescano dei processi di sopravvivenza in cui quelli che noi chiamiamo ragionamenti in realtà sono narrazioni, storie non reali. Esiste un altro modo di risolvere i conflitti. Nella sua massima sintesi si potrebbe dire, attraverso l’empatia: Conosci te stesso in profondità, per conoscere l’altro e scoprire che siamo veramente uguali. Questa dovrebbe essere la base di partenza per intraprendere azioni concrete finalizzate ad evolvere la nostra comunità umana

Conflitti tuttora presenti sul nostro pianeta a cui non abbiamo ancora trovato una soluzione

  • Guerra in Ucraina: guerra in corso tra Russia e Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022. La Russia ha invaso l’Ucraina, accusando il paese di essere una minaccia alla sua sicurezza nazionale. La guerra ha causato la morte di migliaia di persone e la fuga di milioni di ucraini dalle loro case.
  • Conflitto tra Etiopia e Eritrea: conflitto in corso tra Etiopia ed Eritrea iniziato nel 1998. I due paesi hanno combattuto una guerra di confine nel 1998-2000, che si è conclusa con un cessate il fuoco. Tuttavia, le tensioni tra i due paesi sono rimaste elevate e nel 2020 è ripreso il conflitto.
  • Conflitto in Yemen: guerra civile in corso nello Yemen iniziata nel 2015. Il conflitto vede contrapposti la coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e il governo yemenita riconosciuto dall’ONU, da un lato, e i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, dall’altro. La guerra ha causato una grave crisi umanitaria, con milioni di persone in stato di bisogno.
  • Conflitto in Siria: guerra civile in corso in Siria iniziata nel 2011. Il conflitto vede contrapposti il governo siriano, sostenuto dalla Russia e dall’Iran, da un lato, e diverse fazioni ribelli, sostenute da diversi paesi, tra cui Stati Uniti e Turchia, dall’altro. La guerra ha causato la morte di centinaia di migliaia di persone e la fuga di milioni di siriani dalle loro case.
  • Conflitto in Myanmar: crisi politica in corso in Myanmar iniziata nel 2021. Il colpo di stato militare del 1° febbraio 2021 ha portato alla destituzione del governo civile guidato da Aung San Suu Kyi. Il colpo di stato ha scatenato proteste di massa, che sono state represse nel sangue dall’esercito.
  • Conflitto in Afghanistan: guerra civile in corso in Afghanistan iniziata nel 2021. Il ritiro delle forze statunitensi e della NATO dall’Afghanistan nel 2021 ha portato alla caduta del governo afghano e al ritorno al potere dei talebani. Il ritorno al potere dei talebani ha portato a una serie di violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti delle donne e delle ragazze.
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Oltre a questi conflitti, ci sono anche una serie di altri conflitti minori in corso in diverse parti del mondo, tra cui:

  • Conflitto in Libia: guerra civile in corso in Libia iniziata nel 2011. Il conflitto vede contrapposti il governo di unità nazionale, riconosciuto dall’ONU, da un lato, e le milizie di Khalifa Haftar, dall’altro.
  • Conflitto in Somalia: guerra civile in corso in Somalia iniziata nel 1991. Il conflitto vede contrapposti il governo federale somalo, sostenuto dalla comunità internazionale, da un lato, e diverse fazioni ribelli, dall’altro.
  • Conflitto in Mali: conflitto in corso in Mali iniziato nel 2012. Il conflitto vede contrapposti il governo maliano, sostenuto dalla comunità internazionale, da un lato, e i gruppi jihadisti, dall’altro.
  • Conflitto in Burkina Faso: conflitto in corso in Burkina Faso iniziato nel 2015. Il conflitto vede contrapposti il governo burkinabé, sostenuto dalla comunità internazionale, da un lato, e i gruppi jihadisti, dall’altro.
  • Conflitto in Niger: conflitto in corso in Niger iniziato nel 2015. Il conflitto vede contrapposti il governo nigerino, sostenuto dalla comunità internazionale, da un lato, e i gruppi jihadisti, dall’altro.
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Conflitto tra Israele e Hamas in Palestina.

Il conflitto è iniziato il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco missilistico contro Israele seguitao da un incursione terroristica in terrirtotio isrealiano con l’uccisione di centinaia di civili compresi bambini e donne ed il rapimento di qualche centinaio di persone che stavano partecipando ad un concerto e altrettante che si trovavano in due Comunità (Kibbutz)  vicine al confine. Israele ha risposto con una controffensiva aerea e terrestre, che ha causato la morte di altrettante migliaia di persone, tra cui civili, nella striscia di Gaza. Il conflitto è ancora in corso, ma ci sono segnali di un possibile cessate il fuoco.

Il conflitto tra Israele e Hamas è il risultato di un conflitto più ampio tra Israele e Palestina, che dura da decenni. Da quando gli inglesi dopo la seconda guerra mondiale hanno abbandonato i territori dopo averli promessi sia alle comunità arabe che ebraiche. Il conflitto è causato da una serie di fattori, tra cui la disputa sul territorio, l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, e la violenza dei gruppi militanti palestinesi.

Il conflitto ha un impatto devastante sulla popolazione civile di entrambi i lati. In Israele, le persone vivono nella paura degli attacchi missilistici di Hamas. A Gaza, la popolazione è sottoposta a un blocco israeliano che rende difficile l’accesso a cibo, acqua e medicine.

Il conflitto è anche un ostacolo alla pace in Medio Oriente. Il processo di pace tra Israele e Palestina è in stallo da anni, e il conflitto tra Israele e Hamas rende più difficile trovare una soluzione pacifica.

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La rabbia è un'emozione di base universale e un'esperienza umana comunemente condivisa, indipendentemente dall'età, dalla cultura o dall'etnia. La funzione adattiva della rabbia risiede nell'istinto di proteggersi per sopravvivere nel proprio ambiente e di reagire...

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Il desiderio: Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale (dalla Enciclopedia Treccani), Quello che realmente proviamo è la percezione della mancanza di qualcosa,...

Desiderio

Desiderio

Il desiderio: Sentimento intenso che spinge a cercare il possesso, il conseguimento o l’attuazione di quanto possa appagare un proprio bisogno fisico o spirituale (dalla Enciclopedia Treccani),

Quello che realmente proviamo è la percezione della mancanza di qualcosa, una sensazione di vuoto da riempire, di fame d’assecondare

La percezione della mancanza equivale a sentire qualcosa nel corpo, una sensazione o percezione, che spesso interpretiamo come dolore o comunque una destabilizzazione da uno stato di equilibrio/benessere può manifestarsi con una sensazione di vuoto o di un crampo o altro

 Questa interpretazione del sentire come dolore provoca, secondo gli utlimi studi di neuroscienze, lo scaturire nella mente di pensieri con i quali ci identifichiamo.

 Il processo è pressocchè istantaneo, ben prima della nostra possibile narrazione mentale.

 Il filosofo Merleau-Ponty lo aveva teorizzato da un punto di vista gneseologico già nel 1945 nella sua “Fenomenologia della Percezione”

 Provate a riflettere: quando volete tanto un oggetto o desiderate tanto che avvenga un evento, in realtà volete provare la sensazione di possedere quell’oggetto o vivere quella situazione, desiderate disperatamente un’esperienza. Questa non è altro che un sentire del corpo.

 Non poterla vivere genera la sensazione, si accende un campanello di allarme che attira l’attenzione della nostra mente, ci fa continuamente provare la stessa sensazione di mancanza e quindi di sofferenza. Si dice popolarmente “la lingua batte dove il dente duole”, questo cambia il nostro stato biochimico e psicofisico

 Mi domando allora quale differenza sussita tra ciò che ho appena descritto e l’assunzione di una qualsivoglia sostenza esterna che cambi il nostro stato psicofisico.

 Entrambe modificano i nostri stati biochimici.

 In realtà è come se fossimo drogati di possesso, potere e dipendiamo da tutte queste emozioni che proviamo.

Quando eravamo bambini, la prima volta che abbiamo provato le medesime sensazioni il nostro riferimento prossimo per decodificare ciò che stava accadendo erano le nostre figure di attaccamento, nella maggioranza dei casi abbiamo avuto solo esempi reattivi perchè i genitori o chi per loro si sono comportati secondo il proprio livello di schematizzazione della realtà che corrispondeva a ciò che a loro volta avevano appreso dai loro genitori e sovrastrutturato con l’esperienza. se questi non hanno mai nella vita compiuto un processo di conoscenza interiore o “de-traumatizzazione” hanno solo riproposto lo stesso schema, ecco perchè è fondamentale un processo di “educazione sentimentale”, permettere ai bambini fin dalla tenera età di comprendere le varie sfaccettature del sentire le proprie emozioni.

 Così, adesso ci ritroviamo con solo quella mappa interpretativa ed è a ciò che ci atteniamo.

 Anche questi appena descritti, possiamo definirli traumi, ne esistono innumerevoli, ognuno ha i propri, di intensità differente e con costruzioni narrative differenti.

 Abbiamo creato storie che ci raccontiamo e che usiamo per generare i nostri pensieri ed interpretare le nostre percezioni.

Con queste storie applichiamo il filtro alla realtà e definiamo il nostro universo di senso, di fatto è come se producessimo incantesimi e creassimo continuamente la nostra realtà mediante questa mappa, in verita semplice risultato dei nostri traumi.