E se volessi scrivere un Romanzo di viaggio?

E se volessi scrivere un Romanzo di viaggio?

E se volessi scrivere un libro di viaggio?

Sei partita con l’entusiasmo dei bambini, il tuo taccuino pronto per scrivere, tutto quello che avresti provato, sentito, ascoltato, vissuto, poi sei tornata e quel taccuino ora lo appoggi sul tavolo della cucina insieme alla borsa, e poi?, Poi rimane per giorni in salotto sul tavolinetto vicino la poltrona, la copertina ripiegata dalla cinghia dello zaino, gonfio d’umidità. Ti sei ripromessa di aprirlo e quando finalmente lo fai cosa trovi? Quel piatto di quel ristorantino, gli orari degli autobus, la pagina entusiasta del secondo giorno e poi un lungo, lunghissimo silenzio, una  delle tue voci interne gracchia la propria cattiveria e ti dice quanto sei una pippa, piena di buoni propositi troppe volte abbandonati.  A metà di una pagina bianca c'è una parola sola, scritta di fretta, che adesso non riesci più a decifrare. Potrebbe essere «porto». Potrebbe essere «perdono». Ricordi con precisione il momento in cui l'hai scritta e non hai la minima idea del perché. È qui che inizia il libro di viaggio, ma ci troneremo.

Cosa dicono i manuali e dove si bloccano

Partiamo dai manuali nei quali il buon senso  regna sovrano e noi li rispettiamo. Ci sono delle regole suggerite per poter portare a termine un bel lavoro ordinato e piacevole alla lettura.

Scegliere un tema prima di partire, tenere il diario ogni giorno anche solo per dieci minuti, leggere Chatwin e Terzani, descrivere invece di spiegare, rileggere e tagliare: sono consigli giusti. Il limite sta nell'immagine di viaggiatore che portano sotto traccia, una specie di telecamera con le gambe che registra il mondo e lo riporta a casa in buona risoluzione. In questo modello tu stai fermo e il paesaggio ti scorre davanti.

Chi ha viaggiato davvero sa che questo non succede quasi mai, troppi suoni, colori, emozioni, gioie e delusioni. Nicolas Bouvier, nell'Usage du monde, lo ha condensato in un'idea che i viaggiatori si passano di mano da oltre mezzo secolo: pensi di fare un viaggio, e presto è il viaggio a fare te, oppure a disfarti. Se prendiamo sul serio questa inversione, il libro cambia mestiere. Diventa un modo di conoscere, un esercizio di interpretazione e un dispositivo di trasformazione di se stessi, anche semplicemente un mezzo per un fine. Sono concetti ingombranti, e vale la pena smontarle piano piano.

Il crocicchio da Hermes al Demonio

Nella Grecia antica, agli incroci delle strade, si incontravano le erme: pilastri di pietra con la testa di Hermes in cima e, più in basso, un fallo eretto, la società patriarcale aveva già sostituito la matriarcale più antica, dettaglio che i sussidiari scolastici tendono a sorvolare. Hermes proteggeva i viandanti, i mercanti, i ladri e i messaggeri, e accompagnava le anime oltre il confine dei morti. Era, in breve, il dio di chiunque fosse su una soglia da attraversare.

La tradizione lega il suo nome all'ermeneutica, l'arte di interpretare, attraversare la soglia della spiegazione del mondo. Platone ci gioca con il termine nel Cratilo e l'accostamento è così bello che lo ripetono quasi tutti. I filologi lo considerano un'etimologia dubbia, probabilmente sbagliata. Lo dico subito perché è un ottimo esempio della questione che a noi interessa di più: una storia può essere falsa per quello che dice, il dato, e vera invece come mappa. Allora che Hermes abbia generato la parola è decisamente improbabile. Che incarni il senso dell’attraversamento è evidente, perché l'interprete fa passare un significato da un mondo all'altro, e il viaggiatore fa esattamente questo usando il proprio corpo, è un traghettatore di senso tra i mondi anche geograficamente lontani.

Poi c'è l'altro Hermes, il Trismegisto dei testi ermetici, con la massima della Tavola di Smeraldo: ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto. Tradotto in termini di viaggio, il paesaggio fuori e il paesaggio dentro si cor-rispondono. Qui serve cautela, perché questa idea alimenta una quantità imbarazzante di banalità metaforica e cattiva letteratura, quella in cui il deserto è sempre «il deserto interiore» e ogni tramonto rimanda all'anima. La corrispondenza ermetica funziona finché resta una domanda aperta e muore quando diventa un’equazione, poche spiegazioni per il lettore e molte domande invece. La pioggia di Lisbona può rispondere a qualcosa che hai dentro. Può anche essere semplicemente pioggia. Infine c’è il Demonio del Blues che incontri portando una chitarra al crocicchio di una strada, lui ti donerà il talento, ma sei pronto a donargli l’anima? Demonio e equivale a Daimon, șei pronto a trovare il tuo e rinascere a nuova vita?

Come una lettera che arriva da casa

Ma come conosciamo ciò che pensiamo di conoscere? La domanda è filosofica e sembra apparentemente lontana dalla concretezza della quotidianità, ma questa concretezza come la interpretiamo e perché la mia è diversa dalla tua o dagli abitanti del mercato galleggiante di Bangkok?  Si tratta di  Gnoseologia ragazzi!, in parole povere, significa riflessione su come conosciamo quello che crediamo di conoscere. Un libro di viaggio con questo intento si chiede meno «che cosa ho visto?» e molto di più «con quali occhi l'ho visto, e da dove venivano quegli occhi?».

Tra i testi gnostici c'è un racconto che sembra scritto per chi parte. È l'Inno della Perla, conservato negli Atti di Tommaso, un apocrifo del terzo secolo. Un principe viene mandato dall'Oriente in Egitto a recuperare una perla custodita da un serpente. Arrivato, indossa le vesti del posto, mangia il cibo del posto e si dimentica chi è e perché è venuto. A svegliarlo è una lettera dei genitori che gli vola incontro in forma d'aquila. Il principe ricorda, incanta il serpente pronunciando il nome del padre, prende la perla e torna. Al ritorno gli restituiscono la veste regale, e guardandola ci vede riflessa la propria immagine.

Rileggila dal punto di vista di chi scrive. Il viaggio ha bisogno di una certa dose di oblio, perché chi ricorda troppo bene sé stesso non vede niente di nuovo. Il diario è la lettera che arriva a ricordarti, e il libro che scriverai dopo è la veste in cui, con un po' di fortuna, ti riconosci. C'è una distinzione su cui insisto sempre nei miei corsi: la conoscenza è quello che sai di un luogo, la comprensione è quello che il luogo ha fatto al tuo corpo. La prima la trovi in qualsiasi guida turistica. La seconda te la dà solo il viaggio, e la scrittura è il modo per renderla rileggibile.

Un racconto diviso in tre momenti

Paul Ricoeur ha descritto il racconto come un arco in tre movimenti, che chiamava mimesis I, II e III. Semplificando molto: c'è la vita, che è già piena di storie prima che tu scriva una riga, c'è la messa in trama, e c'è il momento in cui chi legge cambia il proprio modo di vedere. Un libro di viaggio ermeneutico fa coincidere questi tre tempi con il prima: la partenza,  il durante: il viaggio vero proprio, e il dopo: quando torni cambiato, con nuovi orizzonti di senso.

Prima di partire lavori sulle storie che porti già con te: i film, i romanzi, i pregiudizi, i racconti di famiglia su quel posto. Scrivile, perché dopo ti serviranno come termine di paragone. Hans-Georg Gadamer chiamava questo bagaglio «pregiudizio» senza alcuna sfumatura negativa: è l'orizzonte da cui guardi, e l’orizzonte ti serve per vedere al di qua ed al di la del confine. Nel suo lessico l'incontro con l'altro è una fusione di orizzonti, e la fusione riesce quando il tuo orizzonte ne esce un po' spostato.

Durante il viaggio il taccuino dovrebbe registrare differenze, dovrebbero venire naturali, tu osservale. Gregory Bateson  ci aiuta a comprendere: definiva l'informazione come una differenza tra ciò che sai e ciò che osservi, che produce ulteriore differenza, ed è la regola d'oro del diario. Il nome della trattoria è un dato. Il fatto che lì nessuno avesse fretta di portarti il conto, e che questo ti abbia irritato per venti minuti e poi, senza preavviso, commosso, è informazione. Bateson ripeteva anche, prendendola da Korzybski, che la mappa non è il territorio. Il diario è una mappa, il libro sarà la mappa di quella tua  mappa di partenza rivista e corretta con la tua vita, e saperlo ti protegge da una forma diffusissima di ingenuità: la convinzione di raccontare le cose come sono andate “veramente”.

Dopo il viaggio arriva la storia vera e propria, e qui l'ermeneutica diventa una questione che ha a che fare con l’etica, perché i luoghi e le persone che racconti non possono replicare a quello che racconti. Il caso di Chatwin resta istruttivo. Dopo l'uscita di In Patagonia alcuni abitanti che ci si riconobbero protestarono per come erano stati ritratti. Il libro è rimasto un capolavoro e la protesta è rimasta legittima. Non ho una formula per conciliare le due cose, e diffido di chi dice di averla.

Il cervello cammina

C'è una ragione biologica per cui i ricordi di viaggio sono così nitidi. John O'Keefe, May-Britt ed Edvard Moser hanno ricevuto il Nobel nel 2014 per aver scoperto le cellule di posizione e le cellule griglia, i neuroni con cui l'ippocampo costruisce la mappa dello spazio. Lo stesso ippocampo è il regista della memoria episodica, quella che ti dice dove e quando è successo qualcosa. Spazio e memoria, nel cervello, sono vicini di casa, abitano lo stesso quartiere. La novità, poi, rafforza la codifica dei ricordi attraverso un circuito in cui entra in gioco la dopamina, e un posto sconosciuto è per l'ippocampo un invito a registrare tutto.

Per chi scrive le conseguenze di tutto questo sono molto concrete. Ancorare ogni pagina a un punto preciso (quella panchina, quell'angolo, la luce a quell'ora) consolida il ricordo di ciò che hai provato. Chi lavora con il trauma conosce anche il rovescio della faccenda: un'esperienza che ha perso le sue coordinate di spazio e tempo continua a sembrare presente. Scrivere di viaggio è una ginnastica delle coordinate. Allena a dire «ero lì, era allora», frase semplicissima con un potere che quasi tutti sottovalutano. E nell’esercitare la presenza si parte sempre dal “io sono qui in questo momento”

Soglie

Parliamo ora di riti di passaggio e lo facciamo con l’aiuto di due studiosi importanti nell’ambito, Arnold van Gennep, e dopo di lui Victor Turner, hanno descritto i riti di passaggio in tre fasi: separazione, margine, reintegrazione. Turner chiamava liminale la fase di mezzo, quella in cui non sei più chi eri e non sei ancora chi sarai, e notava che proprio lì nasce una solidarietà spontanea tra sconosciuti che battezzò communitas. Chiunque abbia diviso un panino con degli estranei in una stazione, di notte, con il treno in ritardo, sa perfettamente di cosa parlava. Vivere i momenti presenti è la chiave, notarli e descriverli è metacognitivo

Il pellegrinaggio è la forma più antica del viaggio trasformativo, e la letteratura ne ha lasciato un modello formale da studiare. Nel 1689 Matsuo Bashō vendette la sua capanna e partì a piedi per il nord del Giappone. Ne nacque l'Oku no hosomichi, che in italiano circola con titoli come Lo stretto sentiero del profondo Nord, scritto in haibun: prosa asciutta interrotta da haiku. La prosa segue la strada, l'haiku apre all'improvviso una finestra verticale, un istante in cui il racconto si ferma e qualcosa accade. Questo è un formato da rubare senza vergogna. Anche se non scrivi haiku, puoi alternare pagine narrative a brevi blocchi in cui fissi soltanto un istante, senza spiegarlo.

Si tratta di esperienze di picco e di stati non ordinari di coscienza: momenti in cui il confine dell'io si allenta e ti senti parte di qualcosa di più ampio (Maslow e Grof). In viaggio capitano più spesso, forse perché le abitudini che sostengono la percezione del sé quotidiano sono rimaste a casa, nel cassetto con le bollette e gli altri mosconi che ronzano nella testa. Scriverne è rischiosissimo, e dobbiamo stare attenti a quanto reggono al tempo, Il mio consiglio è trattarle come Bashō tratta l'haiku, con pochissime parole e molto bianco intorno.

Quello che non entra nel taccuino

Ora chiediamo aiuto a Lacan. Lui distingueva il simbolico, cioè il linguaggio con cui mettiamo ordine nel mondo dando un nome alle cose come Adamo, dal reale, che è ciò che resiste a qualsiasi tentativo di essere detto, descritto, pronunciato. Ogni viaggio ne contiene un pezzo: il momento che non riesci a scrivere, oppure che scrivi e suona falso appena lo rileggi. La tentazione è riempire il vuoto di aggettivi. Non farlo.  Conviene lasciarlo nel libro come un buco dichiarato, una pagina che ammette di non farcela. La parola illeggibile del taccuino appartiene a questa famiglia, e un libro di viaggio onesto ha almeno un punto in cui il narratore confessa di non sapere.

Chi viaggia con te

Nessuno parte davvero da solo. Chi lavora con le costellazioni familiari vede spesso quanto certi luoghi siano carichi di presenze: la terra da cui è emigrato un bisnonno, la città in cui un genitore ha vissuto un amore di cui in casa non si parla, il paese dove qualcuno avrebbe voluto andare e non è mai andato. Prima di partire propongo di scrivere una pagina su chi, nella tua famiglia, ha viaggiato, chi è emigrato e chi non si è mai mosso. Capita di scoprire che il viaggio che stai per fare risponde a una domanda che non era tua.

Dallo psicodramma di Jacob Levi Moreno arriva uno strumento semplice e potentissimo, l'inversione di ruolo. Scegli una persona incontrata lungo la strada, anche per pochi minuti, e scrivi una pagina con la sua voce, raccontando te come sei stata vista da lei. Poi prova a farlo con il luogo: il fiume, la piazza, la città che ti ha accolto o ti ha respinto. È il correttivo più rapido che conosco per la miopia dell'io protagonista.

In gruppo, durante un laboratorio o un ritiro, questi materiali diventano gioco. Ognuno legge ad alta voce una pagina del diario di un altro partecipante, e l'autore ascolta la propria esperienza nella voce di qualcun altro. Poi il gruppo restituisce ciò che ha sentito senza interpretare e senza consigliare, come fanno i testimoni esterni nella terapia narrativa di Michael White. Chi ascolta il proprio viaggio da un'altra bocca scopre quasi sempre che la storia era più grande di come la stava tenendo in mano.

Una pratica minima

Se vuoi provarci, ecco una sequenza che puoi seguire anche da solo. Prima di partire scrivi una lettera al te stesso che tornerà, sigillala e non riaprirla fino al rientro. In viaggio tieni un diario delle differenze, annotando ogni giorno una cosa che ti ha “spostato”, anche di poco. Almeno una volta pratica l'inversione di ruolo con una persona o con un luogo. Quando torni apri la lettera e rispondi, senza correggere quello che il te di prima credeva ed ha scritto. Solo a quel punto, con queste pagine davanti, inizi a pensare alla trama del libro.

Adesso è il momento delle obiezioni. 

La prima è il turismo dello spirito. Edward Said ha mostrato come l'Occidente abbia usato l'Oriente per secoli come sfondo per i propri drammi interiori, e molti libri di viaggio «trasformativi» cadono in pieno nella trappola: l'altro esiste per illuminare me. Mangia prega ama è stato criticato proprio per questo. La risposta, credo, sta nell'ermeneutica stessa. Una fusione di orizzonti è autentica quando l'altro ha la possibilità di opporsi, di sorprenderti, di smentirti. Un test pratico: le persone che descrivi si riconoscerebbero? Potrebbero leggerti senza sentirsi una scenografia?

La seconda obiezione riguarda l'obbligo di trasformarsi. Se ogni viaggio deve produrre un'illuminazione, il libro finisce per essere una recita. La psicologia narrativa di McAdams mostra che le sequenze di redenzione fanno bene, ma una redenzione forzata è una bugia  vestita per l’occasione con la cravatta. Bateson considerava rarissimo e perfino pericoloso quello che chiamava apprendimento di terzo livello, il cambiamento del processo stesso di apprendimento. La maggior parte dei viaggi sposta qualcosa di più piccolo, per esempio il modo in cui guardi la porta di un bar. Questo può bastare, e un libro che lo dice chiaramente è più credibile di cento epifanie.

Resta la parola nel taccuino. L'hai guardata alla luce della finestra, poi con la lampada del telefono, poi di sbieco. L'hai fatta vedere a un amico, che ci ha letto «posto». Adesso le ipotesi sono tre, e ti accorgi che tutto sommato va bene così, la cosa non ti dispiace affatto, è quella la porta cambiata del bar e ci sei tu che la guardi.

Pensa che per ogni viaggio potrai far emergere una parte di te, una sfilza di viaggi nel mondo, una collana di personaggi nel tuo infinito universo di senso.

L’Odissea come viaggio della coscienza:

L’Odissea come viaggio della coscienza:

Ulisse e la nascita della consapevolezza di sé

di Massimiliano Artibani ·

C'è un uomo, su un'isola, a cui una dea ha promesso di non morire mai. Vive nell'abbondanza, amato, al sicuro. E ogni sera va a sedersi sugli scogli e piange, perché vuole soltanto tornare a casa. Quell'uomo è Ulisse, e la sua storia ha quasi tremila anni. Voglio provare a leggerla per quello che, sotto la superficie delle avventure, mi sembra davvero: il primo racconto occidentale di un essere umano che torna alla propria consapevolezza. Non un poema di mostri e naufragi, ma la mappa di un movimento interiore che riguarda anche noi.

Metto in chiaro il metodo, così sappiamo dove andiamo. Leggo l'Odissea con gli strumenti che uso in tutto il lavoro di PsychoSystemicTales: la psicologia del profondo di Jung, la teoria dell'attaccamento, gli studi sul trauma di van der Kolk, Levine, Porges, Fisher e Gabor Maté, e alcune idee di confine come quella di Julian Jaynes sulla nascita della coscienza. Non per ridurre un capolavoro a un caso clinico, ma per ascoltare quello che il testo sa già, e che ha continuato a dirci per trenta secoli.

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Un poema costruito al contrario

La prima cosa che colpisce, se si guarda alla forma, è che l'Odissea non procede in linea retta. L'Iliade sì: comincia dall'ira di Achille e va avanti dritta, un colpo dopo l'altro, come una battaglia. L'Odissea invece si apre a metà della storia, con l'eroe già disperso da anni, e affida il racconto delle avventure più celebri a Ulisse in persona.

Il Ciclope, la maga Circe, la discesa nel regno dei morti, le Sirene: non le vediamo accadere. Le sentiamo raccontate da lui, seduto alla corte dei Feaci, il popolo che lo ha accolto naufrago. È Ulisse che dice io. È Ulisse che sceglie da dove cominciare, che mette in ordine, che si ferma sui particolari.

Questo cambia tutto. Il centro del poema non è un uomo che vive delle avventure, ma un uomo che si siede e le racconta. Esiste un Ulisse che ha agito, là fuori nel mare, e un Ulisse che adesso, al caldo, si volta indietro e guarda quell'altro. La distanza tra i due è la stessa cosa che oggi chiamiamo consapevolezza: la capacità di osservare la propria mente da fuori.

Il centro dell'Odissea non è chi combatte i mostri. È chi, dopo, si siede a raccontarli.

E qui la letteratura tocca la clinica. Bessel van der Kolk, che ha passato la vita a studiare il trauma, sostiene che si comincia a guarire quando riusciamo a trasformare un ricordo ingovernabile in una storia con un inizio e una fine. Il trauma vissuto torna a pezzi, senza tempo, come un odore o un battito accelerato. Il racconto ordinato è ciò che lo rende sopportabile. Ulisse alla corte dei Feaci fa esattamente questo. Se lo si guarda con occhi di oggi, quei canti sono la prima seduta della letteratura occidentale.

C'è perfino una traccia nel cervello. Lo studioso Uri Hasson ha mostrato che, quando ascoltiamo una storia raccontata bene, l'attività cerebrale di chi ascolta si sincronizza con quella di chi parla. È il motivo per cui certe storie ci restano dentro. Raccontandosi, Ulisse non salva solo sé: accende qualcosa anche in chi lo ascolta. Anche in noi che leggiamo, adesso.

Quando gli dèi erano voci

Nell'Odissea gli dèi intervengono di continuo. Atena protegge Ulisse, Poseidone lo perseguita, e a ogni passo mettono pensieri nella testa degli uomini, infondono coraggio, scatenano un'ira improvvisa. Di solito leggiamo queste scene come immagini poetiche: il poeta veste da dio un'idea che è venuta al personaggio. Ma c'è chi ha proposto di prenderle molto più alla lettera.

Lo psicologo Julian Jaynes ha avanzato un'ipotesi tanto affascinante quanto discussa. Secondo lui, in un'epoca antica gli esseri umani non avevano ancora la coscienza riflessiva che conosciamo. Davanti a una decisione difficile non ragionavano dentro di sé: sentivano una voce, e la chiamavano dio. Le prove, dice, sono nei poemi omerici.

Guardate Achille nell'Iliade: quasi non delibera mai, riceve comandi e obbedisce. Poi guardate Ulisse: trama, tace, aspetta il momento giusto. E davanti alle Sirene fa una cosa che nessun eroe della guerra avrebbe fatto: si lega a un albero per resistere a un desiderio che sente montargli dentro. Ha capito che il nemico, a volte, è dentro di lui, e che con quel nemico bisogna venire a patti.

Jaynes usa un'immagine che vale il viaggio: leggere Omero è come guardare un fossile, il fossile della nascita della coscienza. L'Iliade e l'Odissea sarebbero i due lati di una soglia. Da una parte l'uomo che obbedisce alle voci, dall'altra l'uomo che comincia a pensare da solo.

Il gesto che fonda l'io

E il momento preciso in cui, in questa lettura, nasce l'interiorità è sorprendente: è quando Ulisse mente agli dèi. Finché una divinità ti legge nel pensiero, tu non hai un dentro, sei trasparente. Nel momento in cui riesci a nasconderle un pensiero, si apre lo spazio segreto che chiamiamo io. La celebre astuzia di Ulisse, la sua mêtis, in questa luce non è un vezzo del personaggio, ma lo strumento con cui viene al mondo la mente capace di dirsi io.

Sono il primo a dire che l'ipotesi di Jaynes ha delle crepe, e molti studiosi le hanno segnalate. Ma non mi serve che abbia ragione sulla storia del cervello. Mi serve come una lente potente, appoggiata a un testo vero, per vedere ciò che l'Odissea mette in scena: il passaggio da un uomo governato da fuori a un uomo che comincia a governarsi da dentro.

Gli dèi, cioè le nostre parti

Questa è la porta che collega Omero alla psicologia del trauma. Quegli dèi che afferrano l'eroe e lo travolgono hanno oggi altri nomi. Li chiamiamo le nostre parti: la parte che va in collera prima che possiamo fermarla, quella terrorizzata che ci paralizza, quella che ci spinge verso ciò che ci fa male. Janina Fisher lo descrive con precisione: nel panico o nella rabbia cieca è come se una parte di noi ci sequestrasse, prendendo il comando. Guarire non significa ucciderla, ma imparare a starle accanto senza esserne travolti.

È ciò che Ulisse fa con le Sirene. Non si tappa le orecchie, vuole sentire quel canto. Ma prima si fa legare e ordina ai compagni di non slegarlo per nessun motivo. Sente la pulsione a piena potenza e sopravvive. In un'immagine di tremila anni fa c'è la definizione di quella che Stephen Porges chiama finestra di tolleranza: attraversare un'emozione enorme senza andare in pezzi e senza spegnersi.

Poseidone, ovvero il trauma che non ti lascia tornare

Perché Ulisse ci mette dieci anni a tornare, se vuole solo quello? La risposta, dentro il poema, ha il volto di Poseidone. Ulisse ha accecato Polifemo, figlio del dio del mare, e da allora il mare gli si rivolta contro. Ogni volta che la terra è in vista, una tempesta lo ributta indietro. La meta si avvicina, e qualcosa la fa saltare. Da capo.

È uno schema che chi porta una ferita non guarita riconosce bene. Peter Levine, studiando come gli animali selvatici scaricano lo spavento, ha descritto cosa succede quando il corpo umano non ci riesce: l'energia enorme mobilitata per combattere o fuggire resta intrappolata, e continua per anni a rimettere in scena la stessa minaccia. Poseidone è questo. È l'energia del trauma che non ha trovato scarico, e finché quel mare interno non si placa, la casa resta irraggiungibile per quanto forte si remi.

Il dettaglio più bello: il remo scambiato per un ventilabro

Nel regno dei morti l'indovino Tiresia fa a Ulisse una profezia strana, che quasi nessuno ricorda e che invece contiene tutto. Gli dice che tornerà a casa, ma non sarà finita. Per fare davvero pace con Poseidone dovrà ripartire un'ultima volta, camminare verso l'interno con un remo sulla spalla, lontano dal mare, finché non incontrerà un popolo che non lo ha mai visto. Un popolo che, vedendolo passare, scambierà quel remo per un ventilabro, l'arnese con cui i contadini separano il grano dalla pula. Lì, dove nessuno sa più cosa sia un remo, Ulisse lo pianterà nella terra. E solo allora potrà fare pace.

Vale la pena fermarsi su questa immagine. Lo strumento del mare, cioè del trauma, portato così lontano dal mare che nessuno lo riconosce più, e lì finalmente deposto. Non è la guarigione che cancella la ferita. È qualcosa di più vero: la ferita portata in un luogo dove ha smesso di significare pericolo. Il trauma non si dimentica, si ricolloca. E quando trova il suo posto, smette di fare male.

Circe, Calipso e le Sirene: tre modi di smettere di sentire

Lungo il viaggio Ulisse incontra tre tentazioni, e non sono tentazioni qualsiasi. Sono tre modi in cui il dolore di vivere propone di essere spento. Tre forme di anestesia che conosciamo bene anche noi.

Circe trasforma gli uomini in porci. È la resa più antica: annegare nel piacere fino a perdere la forma, fino a smettere di essere qualcuno. Ulisse resiste grazie a un'erba che gli dà Ermes, e quell'erba è la conoscenza, ciò che ti tiene umano quando tutto invita a dissolverti. Non evita l'incontro: lo attraversa restando sé stesso.

Calipso ci riporta all'uomo da cui siamo partiti. Non offre bassezza, offre il paradiso: amore, bellezza, l'immortalità, la promessa di non soffrire mai più. È la tentazione più sottile, la sicurezza assoluta al prezzo di rinunciare a chi sei. Sette anni Ulisse resta, e ogni sera piange guardando il mare. Poi, davanti al non-dolore eterno, dice di no. Sceglie una moglie che invecchierà, una casa che può bruciare, una vita che finirà. Sceglie il finito, perché qualcosa in lui continua a segnalare che il paradiso di un altro non è casa sua.

Le Sirene, infine, sono il canto più bello del mondo, quello che promette di svelarti ogni cosa e intanto ti porta a fracassarti sugli scogli. Gabor Maté, che ha capito le dipendenze meglio di molti, dice una frase da tenere: non chiederti perché la dipendenza, chiediti perché il dolore. Ogni anestesia è il tentativo di gestire una sofferenza diventata insopportabile. Circe, Calipso e le Sirene sono i tre volti di quel dolore, e Ulisse è l'uomo che li sente tutti e ogni volta sceglie la cosa più difficile: restare sveglio.

Il letto che ha le radici

Ulisse torna. Ma il momento più alto del ritorno non è la vendetta sui pretendenti: è una scena piccola, dentro casa, tra due persone che si erano perse. Penelope ha aspettato vent'anni e non gli crede. Per essere sicura che sia lui gli tende una trappola: ordina di spostare il loro letto nell'altra stanza.

Ulisse ha un moto d'ira, perché quel letto non si può spostare. Lo aveva costruito lui, anni prima, intagliandolo attorno al tronco di un ulivo ancora vivo, ancora piantato nella terra. La stanza era stata costruita intorno all'albero. Il letto ha le radici. Quel segreto lo conoscono soltanto loro due al mondo, ed è la prova. È lui. E Penelope crolla.

La casa a cui torniamo è un letto costruito attorno a una radice viva. Qualcosa che non si è mosso, e che non può muoversi senza morire.

Chi studia i legami affettivi la chiama base sicura: il luogo, o la persona, da cui si parte e a cui si torna. Qui quel concetto prende un corpo perfetto. Penelope, in vent'anni, non ha soltanto atteso: ha custodito la radice, ha tenuto fermo il punto a cui si poteva tornare. Il ritorno si compie nel riconoscersi di due persone attorno a qualcosa rimasto fedele, una memoria condivisa che nessun impostore potrebbe conoscere.

Il cane che riconosce e muore

Prima di quella scena c'è un momento che tocca più di ogni altro. Ulisse entra a Itaca travestito da mendicante, e nessuno lo riconosce, né i servi né i vecchi amici. Nessuno, tranne uno. Su un mucchio di letame giace un cane vecchio e malato, coperto di zecche, abbandonato. Si chiama Argo, e Ulisse lo aveva cresciuto da cucciolo vent'anni prima, prima di partire per la guerra.

Il cane sente passare quel mendicante sconosciuto, rizza le orecchie, muove la coda. Lo riconosce. Sotto gli stracci, sotto vent'anni, sotto il travestimento che ha ingannato ogni essere umano. Lo riconosce, e muore. Come se avesse resistito solo per questo.

Perché il cane riconosce e gli uomini no? Perché Argo non riconosce con la mente, ma con il corpo. C'è una memoria che sta sotto i pensieri e sotto le parole, una memoria dei corpi che si sono amati, e il travestimento non arriva fin lì. È la forma più pura del legame, quella che non passa dalla testa. E il fatto che Argo muoia proprio nell'istante del ritorno dice una cosa dura su ogni ritorno: si torna sempre un po' troppo tardi per qualcosa. Tornare a casa è anche fare i conti con ciò che nel frattempo se n'è andato.

L'altra Odissea, quella che non consola

Potrei chiudere qui, con una morale pulita: l'uomo attraversa il dolore, guarisce, torna a casa e ritrova sé stesso. Ma sarei disonesto, perché esiste una lettura opposta alla mia, ed è troppo intelligente per ignorarla.

Due filosofi in fuga dalla Germania nazista, Max Horkheimer e Theodor Adorno, hanno riletto l'Odissea nel mezzo della catastrofe del Novecento e in Ulisse hanno visto qualcosa di inquietante. Non l'eroe che guarisce, ma il primo uomo moderno: l'uomo della ragione fredda, del calcolo, del controllo, che per salvarsi impara a dominare tutto, il mare, i mostri, i compagni e sé stesso. La scena delle Sirene, che io leggo come un capolavoro di equilibrio, per loro è questo: mentre Ulisse legato gode del canto, i suoi uomini remano con la cera nelle orecchie e non sentono nulla. Uno gode, gli altri lavorano. È già il padrone e i servi.

E scelgono un dettaglio gelido su cui fermarsi: dopo il ritorno, Ulisse fa impiccare le serve che si erano schierate con i pretendenti, e il poema racconta i loro piedi che si agitano un poco, poi più nulla. In quella freddezza, dicono, c'è già la razionalità che governerà il mondo moderno.

Allora chi ha ragione? Ho imparato, lavorando con le storie, che la verità dell'Odissea sta nel non scegliere. Ulisse guarisce e Ulisse fa strage. La stessa coscienza che nasce, quella capacità di guardarsi da fuori e di tenere a bada le proprie tempeste, è insieme una conquista e una ferita. Lo stesso sangue freddo che regge davanti alle Sirene è quello che fa impiccare le serve.

Nel mio lavoro tengo un principio che dico così: onorare il fiore senza benedire il muro. Possiamo onorare il fiore, la coscienza che nasce, l'uomo che torna a sé, senza per questo benedire il muro contro cui ha sbattuto, senza fingere che la violenza fosse necessaria o giusta. Il fiore è vero. Il muro resta un muro.

Il tuo ritorno

Torniamo, per finire, all'uomo sullo scoglio, quello che ha tutto e piange guardando il mare. Ho detto all'inizio che quell'uomo siamo noi, e forse adesso si capisce meglio perché. Prima o poi ci ritroviamo tutti su un'isola, magari comoda, magari con una vita che da fuori sembra a posto, e sentiamo che c'è una casa a cui non siamo ancora tornati.

L'Odissea non è la biografia di un re di tremila anni fa. È la mappa di un movimento che facciamo tutti: perdersi, e poi imparare a raccontarsi la propria storia; scoprire che i mostri più duri non stanno nel mare ma dentro; attraversare le proprie tempeste senza affogarci e senza spegnersi; e un giorno portare il proprio remo così lontano da dove ha significato paura che lì nessuno lo riconosce più, e finalmente piantarlo nella terra.

Vi lascio con tre domande, da portare con voi dopo aver chiuso questa pagina. Qual è il vostro Poseidone, l'onda che rimette in scena la stessa vecchia minaccia ogni volta che state per arrivare? Quali sono le vostre Sirene, le forme in cui il dolore vi chiede di essere spento? E qual è il vostro letto radicato, la casa a cui, sotto tutti i travestimenti e tutti gli anni, potete ancora tornare?

Perché forse tornare a casa non vuol dire tornare in un luogo. Vuol dire tornare presenti, e tornare, finalmente, a sé stessi.

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Questo articolo fa parte del percorso PsychoSystemicTales®, in cui rileggo fiabe e grandi racconti con gli strumenti della psicologia del profondo, della teoria dell'attaccamento e degli studi sul trauma.

Laboratorio Teatrale

Laboratorio Teatrale

Un Viaggio di Scoperta e Creazione

Laboratorio Teatrale Permanente

Unisciti a noi per esplorare l'arte del teatro come mai prima d'ora. Scopri un luogo dove il tempo si ferma e la creatività prende vita.

La Nascita di un Sogno Teatrale

Il Laboratorio Teatrale Permanente, diretto da Massimiliano Artibani, è un percorso unico di formazione e creazione condivisa. Qui, il teatro diventa un viaggio di conoscenza, disciplina e verità. Ogni settimana, partecipanti di tutte le età si riuniscono per esplorare tecniche teatrali moderne e classiche, con l'obiettivo di formare una compagnia stabile capace di portare in scena opere classiche e originali. È un luogo dove il teatro si trasforma in un linguaggio comune di emozioni e autenticità.

Tecniche e Pratiche del Laboratorio

Durante gli incontri, esploreremo una varietà di tecniche teatrali per arricchire la nostra pratica artistica.

Lavoro sul Corpo ed Energia

Approfondiremo le tecniche di Grotowski, Barba e Meyerhold per riscoprire il potenziale del nostro corpo.

Ricerca sulla Voce e Ritmo

Esploreremo le metodologie di Brook, Linklater e Roy Hart per sviluppare una voce autentica e potente.

Improvvisazione Creativa

Attraverso esercizi di improvvisazione, stimoleremo la nostra creatività e capacità di adattamento scenico.

Consapevolezza e Presenza Scenica

Utilizzeremo pratiche di ascolto e consapevolezza per migliorare la nostra presenza sul palco e nelle relazioni.

Pubblico di Destinazione

Inclusività e Apertura

Il nostro laboratorio teatrale è un ambiente accogliente e inclusivo, aperto a chiunque abbia un'età compresa tra i 20 e i 65 anni. Non importa se sei un principiante assoluto o un attore esperto, qui troverai uno spazio dove poter esprimere liberamente la tua creatività e crescere artisticamente. Crediamo che ogni partecipante porti con sé una storia unica e un mondo di emozioni da esplorare e condividere. Unisciti a noi per scoprire il potere trasformativo del teatro.

Il laboratorio accoglie persone di ogni livello di esperienza, offrendo un'opportunità unica di apprendimento e crescita personale. È un luogo dove l'arte dell'ascolto e della verità si intrecciano con la disciplina del corpo e dell'anima.

Un Invito Aperto a Tutti

Contributo Economico

Partecipazione e Sostegno

La partecipazione al laboratorio teatrale non prevede un costo fisso. Chiediamo invece un contributo condiviso che ci permetta di coprire le spese di affitto della sala e di creare una cassa comune destinata alla realizzazione dei progetti futuri. Questo approccio ci consente di mantenere il laboratorio accessibile a tutti, promuovendo al contempo un senso di comunità e collaborazione tra i partecipanti.

Il contributo economico è un gesto di sostegno reciproco, fondamentale per garantire la continuità e la qualità del nostro percorso formativo. Ogni partecipante è invitato a contribuire secondo le proprie possibilità, in uno spirito di condivisione e crescita collettiva.

Appuntamento:

ogni venerdì dalle 20 alle 22,30 circa

Unisciti al Nostro Viaggio Teatrale

Cerchio di Uomini

Cerchio di Uomini

Un Viaggio Interiore per ritrovare l'energia Maschile

Riscopri la Tua Autenticità, nel tuo Corpo e nell tua Energia

Esplora il percorso verso l'accettazione di sé attraverso la scrittura trasformativa e l'arte del vivere consapevole.

Cerchi di Uomini

I Cerchi di Uomini sono appuntamenti fissi, mensili, dedicati esclusivamente al maschile. Non per escludere ma per custodire uno spazio necessario.

Un ciclo di Cinque incontri

Uno spazio sicuro e rituale in cui il Guerriero posi la spada, l’Amante riapra il petto, il Re ascolti la terra e il Mago indichi il simbolo. È un luogo in cui si impara che forza e tenerezza non sono opposti, che il limite è un atto d’amore, che la vergogna si scioglie alla luce di uno sguardo pari.

Fondamenti Filosofici e Psicologici

Il nostro approccio si basa su una profonda comprensione degli studi neuroscientifici sui processi di de-traumatizzazione, sugli archetipi junghiani, delle fiabe e dei miti come strumenti di introspezione. Attraverso la neurofisiologia della regolazione e l'antropologia, promuoviamo un viaggio di trasformazione personale che abbraccia la responsabilità e la libertà interiore.

A Chi e a Cosa servono

Ai Padri

Che vogliono assumere il proprio ruolo di guida autorevole senza essere un Giudice severo, senza la frustrazione del conflitto

Ai Compagni e Mariti

Che desiderano esprimere la loro protezione senza controllo o prevaricazione e riconoscono il loro bisogno di essere visti

Ai Leader

Che scelgono di dirigere con il carisma e l'ascolto, senza la rigidità e l'imposizione, che sanno gestire la squadra valorizzando ogni persona

Ai Figli adulti

Che vogliono smettere di rincorrere un riconoscimento impossibile e diventano genitori di se stessi, con la forza dell'accettazione

Unisciti al Cerchio

Inizia il tuo viaggio di trasformazione oggi stesso. Iscriviti al prossimo incontro per esplorare nuove dimensioni di crescita personale e professionale.

Psycosistemic Tales®

Psycosistemic Tales®

A volte non sei tu a scegliere. È una storia antica che sceglie al posto tuo.

Psycosistemic Tales®

Se senti che certe dinamiche si ripetono — nelle relazioni, nel lavoro, nel denaro, nella libertà di essere — è possibile che tu stia seguendo un codice invisibile, tramandato e interiorizzato come “normale”.
Qui lo rendiamo visibile, lo ascoltiamo… e lo sciogliamo con delicatezza e precisione.

Riservatezza, confini chiari, integrazione guidata. Call conoscitiva breve (15–20 min) per orientarti.

Ti suona familiare?

Se questa pagina ti “prende”, forse è perché sta parlando di te.

Magari lo chiami carattere. O destino. O sfortuna.
Ma dentro lo sai: non è una singola scelta… è una trama che ritorna.

“Capisco tutto, ma non cambia.”

Hai raggiunto stati di  consapevolezza, hai fatto letture, percorsi. Eppure il corpo torna sempre lì: stessa ansia, stesso blocco, stessa scena.

“Mi sento fedele a qualcosa che non ho scelto.”

Come se ci fosse un divieto invisibile asuperare un limite . Come se per essere felice e gioioso dovessi  pagare sempre un prezzo.

Porto un peso che non è mio

Una colpa senza colpa, un dovere senza contratto, una tristezza che sembra arrivare da più lontano.

Qui lavoriamo dove le parole da sole non arrivano

Le costellazioni familiari portano alla luce legami, esclusioni, inversioni, irretimenti: ciò che agisce sotto la superficie e orienta scelte e comportamenti.
La fiaba, nella prospettiva junghiana, è una mappa: mette in scena archetipi e funzioni psichiche — la soglia, l’ombra, la prova, l’aiutante, il divieto, la rinascita — e ci mostra da quale parte della storia stiamo guardando il mondo.

Nel linguaggio delle costellazioni si parla di “campo” (talvolta chiamato morfogenetico) per descrivere come, nel setting esperienziale, emergano informazioni relazionali implicite. Qui lo trattiamo come metafora operativa, non come dogma: ciò che conta è la chiarezza che si produce e la trasformazione integrabile nella vita reale.

La fiaba non racconta “una storia”. Racconta la tua struttura.

Finché una fiaba resta inconscia, la vivi come destino. Quando la riconosci, diventa scelta.

“Perché mi attraggo sempre lo stesso tipo di persona?”

Spesso non scegli solo una persona: scegli un ruolo nella storia. E ripeti la parte che ti è stata assegnata.

“Perché mi blocco proprio quando sto per riuscirci?”

A volte la riuscita è percepita come tradimento di una legge familiare implicita: non superare, non brillare, non lasciare indietro.

“Perché mi sento responsabile di tutti?”

Talvolta è una fedeltà antica travestita da virtù: se non reggo io, crolla tutto. E tu resti prigioniero del tuo stesso valore.

Quattro movimenti: vedere, sentire, sciogliere, integrare.

 

  • Il tema
    Porti un nodo concreto: relazione, ansia, indecisione, autosabotaggio, denaro, senso di colpa, confini.

  • La fiaba-specchio
    Cerchiamo l’immagine che ti risuona: non per etichettarti, ma per aprire una porta.

  • La costellazione
    Mettiamo in scena l’essenziale e ciò che era confuso diventa leggibile: chi porta cosa, chi è escluso, quale patto invisibile stai onorando.

  • Integrazione
    Chiudiamo con una sintesi chiara e praticabile: un gesto, una frase, un passaggio simbolico + un’azione concreta per interrompere la ripetizione.

Cosa può cambiare quando la trama si svela

 

 

  • smetti di “pagare” debiti emotivi che non ti appartengono

  • riconosci le fedeltà nascoste dietro scelte e rinunce

  • sciogli copioni relazionali (salvataggio, sacrificio, paura dell’intimità)

  • riordini il tuo universo di senso: meno confusione, più direzione

  • ti riappropri del tuo “sì” e del tuo “no”

  • senti il corpo più coerente: meno lotta interna, più presenza

Non si tratta di cambiare chi sei.
Si tratta di smettere di essere guidato da ciò che non hai scelto.


Massimiliano Artibani
Massimiliano Artibani

Conduco percorsi che uniscono costellazioni familiari e simbolismo delle fiabe in una cornice di ascolto profondo, confini chiari e integrazione.
Qui non cerchiamo spettacolo. Cerchiamo verità interiori che si possano reggere nella vita quotidiana.

Costruisco la fiducia su:

  • centralità del consenso e dei limiti

  • attenzione al ritmo (non forziamo “aperture”)

  • chiusura e integrazione (non resti “aperto”)

FAQ 1 — Serve conoscere Jung o le fiabe?

No. Le fiabe lavorano anche quando non le “spieghi”: parlano per immagini e risonanza.

FAQ 2 — È terapia?

È un percorso esperienziale e simbolico di consapevolezza. Non sostituisce psicoterapia o cure mediche. Se sei in un percorso clinico, può affiancarsi valutando insieme.

FAQ 3 — Se ho traumi importanti?

Valutiamo il setting più sicuro. In fasi acute o condizioni complesse può essere necessario un supporto clinico parallelo.

FAQ 4 — Cosa succede dopo una costellazione?

Integrazione: una sintesi chiara, indicazioni pratiche e un tempo di “assestamento” rispettato. In 21 gg si lascia depositare il vissuto dell'esperienza e poi se ne può parlare