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Ott 26, 2023 | digressioni | 0 commenti

Paura della morte

Checov un giorno disse: “L’idea della morte mi accompagna da tutta la vita, l’ho pensata per tutta l’esitenza, ma quando lei arriverà io non ci sarò. Sarò già morto”. In fondo il sogno di trovarsi di fronte alla propria morte in maniera consapevole e magari potersi relazionare con essa è un pensiero molto pop. Se pensiamo alla canzone Samarcanda di Vecchioni o al film Brancaleone alle Crociate in cui alla fine il protagonista accetta di affrontare con lei l’ultimo duello. Anche nel medioevo era oggetto di canzoni come dimostra il ballo in fa diesis di Branduardi. La paura di morire nasconde un tema profondo ed “esistenziale” presente in tutta la storia del pensiero umano, l’eterna domanda sul significato della vita. D’altronde vita e morte non possono  essere concepite l’una senza l’altra

Abbiamo paura di morire,  

in realtà sappiamo fin dalla nascita che accadrà, ma per un certo periodo di tempo non ci pensiamo, presi dalle emozioni e dal fluire della vita, non facciamo caso al tempo che scorre. Improvvisamente poi (con la crisi di mezza età, direbbe qualcuno) col passare degli anni questa paura si affaccia, ci ricordiamo che non ci saremo:

“Ricordati che devi morire!” predicava Savonarola, “mo me lo scrivo!” rispose il meraviglioso Massimo Troisi in – Non ci resta che piangere –
Non è la morte in sé che ci spaventa, d’altronde quando arriva non siamo più vivi per saperlo, quanto il fatto che non vivendo più, non possiamo più fare esperienze, provare emozioni, percepire tutto quello che definiamo vita, ciò che siamo, il nostro flusso di pensieri, la percezione della nostra identità.
E se invece potessimo farlo ugualmente?
Per questo dalle storie (racconti popolari e favole) e dai miti siamo passati alle religioni, per rispondere all’orrore di questo vuoto esistenziale.  La Paura è la chiave alla produzione di risposte possibili che diano senso al caos inspiegabile senza leggi. Anche Einstein ne era terrorizzato osservando i primi barlumi della Fisica Quantistica “Dio non gioca a dadi” disse.
Le religioni nascono dalla paura, non lo sostengo io ma il primo antropologo italiano inconsapevole data l’epoca, Giambattista Vico. Ovviamente hanno un grande potere consolatorio e siamo liberi personalmente di credere in ciò che preferiamo. Ma proviamo insieme a giocare al come sarebbe se, proviamo a dire che abbiamo diversi modi di leggere ed ascoltare la storia raccontata  prima dai miti e poi dalle religioni. Il primo prendendo alla lettera ciò che raccontano le sacre scritture. Esiste Dio che è un essere superiore, il quale ci ha creato a sua immagine e osserva come ci comportiamo, giudicandoci all’ultimo in un finale abbastanza pirotecnico

e data la situazione del pianeta e dell’umanità c’è chi sospetta che ci siamo vicini. Considerando che esistono religioni diverse e di conseguenza “Dio” differenti, questo spesso genera discussioni e conflitti non indifferenti su quale sia quello vero. Benigni diceva in un noto sketch televisivo: “E se poi dall’altra parte incontrassimo Manitù che gli diremmo? Ah io leggevo Tex Willer! “. Se esistesse un altro modo di leggere ed ascoltare queste storie? Sono storie che in realtà nascono dall’alba dei tempi e che forse fanno riferimento all’idea di monomito di cui parlava Joseph Campbell ne “L’eroe dai mille volti”. Da Gilgamesh a Mitra, Ercole, Zoroastro, Brama e il suo adepto Arjuna, Buddha, Gesù di Nazareth. Tutte le loro vite, le loro storie, le azioni compiute, raccontano un viaggio dell’eroe che tra le righe nasconde più di un messaggio profondo. Queste storie nascono da racconti che descrivono percorsi esperienziali, viaggi di acquisizione di consapevolezza che avvengono durante la loro stessa vita e li trasformano dalla semplice dimensione umana che hanno al principio, in quella divina del finale e quindi suggeriscono un senso differente all’esistenza stessa, portando il messaggio che essendo loro stessi persone nate come qualsiasi altro essere umano, il loro è un viaggio che chiunque potrebbe compiere: chiunque potrebbe in fondo sconfiggere la morte, nel senso di andare oltre il concetto di fine dell’esistenza. Non entro nel merito di questioni puramente teologiche qui, adesso, come ad esempio la verginità della madre  ecc. Ogni racconto ha un narratore con interessi che vanno oltre la semplice narrazione della storia e tutti sappiamo quanto manipolatorie possano essere i racconti, ma questo sarà tema di un altro post.  il problema del senso della vita nasce proprio per colmare la sensazione di vuoto e di dolorosa vertigine che l’uomo prova  al momento della morte.  Si ritrova solo con tutti i giorni ormai passati, tutti i beni e le proprietà acquisite (San Filippo Neri cantava Tutto è vanità )

senza più tempo per poterle vivere, provare piacere o benessere, senza il tempo per realizzare altri desideri L’unica cosa che riempie quel senso di vuoto in quell’istante senza più la percezione della gioia e della pace.

L’uomo si ritrova solo con il vuoto  di fronte all’ignoto, è questo che fa davvero paura: il senso di profondo nichilismo che pervade il tutto. Quello che ci viene raccontato nell’esperienza della vita quotidiana di questi personaggi straordinari, è che ci sono momenti che non hanno a che fare con il possedere, il reagire, il dominare e vincere, l’ottenere riconoscimento o gratificazione  e momenti ch hanno a che fare invece proprio con quel senso di pace comprensione comunione con la natura, con le altre persone, momenti di partecipazione emotiva, si direbbe d’amore ed è questo che in realtà ci fa sentire meglio di qualsiasi altra esperienza. Preferiscono alla vita definita mondana un senso diverso più profondo perché ci dicono che ciò che sentono in quei momenti rari in verità è il flusso della vita stessa. Ciò che nel romanticismo definivano come flusso poetico. La storia, dunque che ci sarebbe stata raccontata per millenni attraverso queste storie, sarebbe quella dell’evoluzione dell’essere umano da una dimensione animale iniziale ad una sempre più in connessione con il principio vitale che anima questo sistema -universo- e poi perchè no, il pluriverso. Sostengono gli indù il Brama stesso, il Logos, il Tawhid esso è il principio a cui ci ricongiungiamo, è come se ad un certo punto la nostra funzione identitaria, la nostra coscienza di sistema si sintonizzasse con la -Matrix- di tutto il sistema che genera la vita stessa e non con la singola causalità del quotidiano, azioni quotidiane fatte di preghiere, meditazioni, comportamenti ed esperienze che cambino fisicamente il nostro cervello e sviluppino una sorta di super coscienza evoluta. Certo questa potrebbe essere una bella storia da scoprire per abbandonare la paura della morte come fine di ciò che siamo, perchè potremmo essere semplicemente molto di più da ciò che abbiamo pensato di essere fino ad oggi.

Per Michel Foucault, la morte non è un evento naturale, ma un’invenzione sociale.

La morte, infatti, non è un’esperienza che possiamo vivere direttamente, ma è qualcosa che ci viene raccontato. È attraverso i discorsi, le pratiche e le istituzioni che la morte viene costruita e significata.

Foucault sostiene che la morte è stata inventata in epoca moderna, con l’avvento della medicina e della scienza. In precedenza, la morte era un evento quotidiano e familiare, che faceva parte della vita quotidiana. Con l’avvento della medicina, la morte è diventata un evento sempre più raro e lontano, che ha finito per essere percepito come qualcosa di spaventoso e misterioso.

La morte, secondo Foucault, è una costruzione che serve a diversi scopi. Innanzitutto, serve a controllare e disciplinare i corpi. La paura della morte è un efficace strumento per indurre le persone a conformarsi alle norme sociali e a evitare comportamenti rischiosi. In secondo luogo, la morte serve a legittimare il potere. La morte è spesso utilizzata per giustificare la violenza e l’oppressione, come nel caso della guerra o della pena di morte.

L’affermazione di Foucault che la morte è un’invenzione ha suscitato molte polemiche. Alcuni critici hanno accusato Foucault di negare la realtà della morte. Altri hanno sostenuto che Foucault ha esagerato l’influenza dei discorsi e delle pratiche sociali sulla nostra percezione della morte.

Tuttavia, l’affermazione di Foucault che la morte è una costruzione sociale ha il merito di aprire una nuova prospettiva sul tema della morte. Foucault ci invita a riflettere sul modo in cui la morte viene rappresentata e significata nella nostra cultura. Ci invita a chiederci quali sono le conseguenze di questa costruzione sociale per la nostra vita e per la nostra percezione della morte.

Ecco alcuni esempi di come la morte viene costruita e significata nella nostra cultura:

  • La medicina e la scienza: la medicina e la scienza hanno contribuito a rendere la morte un evento sempre più raro e lontano. I progressi della medicina hanno portato a un aumento dell’aspettativa di vita e a una riduzione della mortalità infantile. La scienza, invece, ha contribuito a spiegare la morte come un processo naturale, privo di significato.
  • I media: i media hanno un ruolo importante nella costruzione della nostra percezione della morte. I notiziari, i film e le serie televisive ci presentano spesso la morte come un evento violento e tragico. Questo può contribuire a alimentare la paura della morte e a vedere la morte come qualcosa di negativo.
  • La religione: la religione offre diverse spiegazioni sulla natura della morte. Alcune religioni, come il cristianesimo, propongono l’idea di un’aldilà, dove la vita continua dopo la morte. Altre religioni, invece, come il buddismo, propongono l’idea della reincarnazione, dove l’anima si reincarna in un nuovo corpo dopo la morte.

La nostra percezione della morte è influenzata da una varietà di fattori, tra cui i discorsi, le pratiche e le istituzioni sociali.

Nel suo libro “Essere e tempo”, Martin Heidegger racconta il mito della Cura, un mito che descrive la condizione esistenziale dell’uomo.

Il mito narra di una dea chiamata Cura, che si imbatte in un fango cretoso e decide di plasmarlo a sua immagine. Dopo averlo plasmato, Cura gli dà il nome di “uomo” e lo abbandona nel mondo.

Il mito della Cura è una metafora della condizione esistenziale dell’uomo. L’uomo è un essere gettato nel mondo, senza una natura o una destinazione predeterminata. L’uomo è libero di scegliere il proprio destino, ma è anche responsabile delle proprie scelte.

La Cura è la struttura ontologica dell’uomo, è la sua condizione di essere-nel-mondo. La Cura è ciò che ci permette di relazionarci con il mondo e con gli altri.

Heidegger distingue tra due tipi di Cura:

  • La Cura inautentica: è la Cura che si perde nel mondo delle cose e delle opinioni. L’uomo inautentico è un essere-per-gli-altri, che vive la sua vita in funzione degli altri.
  • La Cura autentica: è la Cura che si assume la propria responsabilità e si orienta verso il proprio significato. L’uomo autentico è un essere-per-sé, che vive la sua vita in funzione di se stesso.

Il mito della Cura è un mito che può aiutarci a comprendere la nostra condizione esistenziale. Se comprendiamo la nostra condizione di essere-nel-mondo, possiamo scegliere di vivere una vita autentica e significativa.

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