E se volessi scrivere un libro di viaggio?

Sei partita con l’entusiasmo dei bambini, il tuo taccuino pronto per scrivere, tutto quello che avresti provato, sentito, ascoltato, vissuto, poi sei tornata e quel taccuino ora lo appoggi sul tavolo della cucina insieme alla borsa, e poi?, Poi rimane per giorni in salotto sul tavolinetto vicino la poltrona, la copertina ripiegata dalla cinghia dello zaino, gonfio d’umidità. Ti sei ripromessa di aprirlo e quando finalmente lo fai cosa trovi? Quel piatto di quel ristorantino, gli orari degli autobus, la pagina entusiasta del secondo giorno e poi un lungo, lunghissimo silenzio, una  delle tue voci interne gracchia la propria cattiveria e ti dice quanto sei una pippa, piena di buoni propositi troppe volte abbandonati.  A metà di una pagina bianca c'è una parola sola, scritta di fretta, che adesso non riesci più a decifrare. Potrebbe essere «porto». Potrebbe essere «perdono». Ricordi con precisione il momento in cui l'hai scritta e non hai la minima idea del perché. È qui che inizia il libro di viaggio, ma ci troneremo.

Cosa dicono i manuali e dove si bloccano

Partiamo dai manuali nei quali il buon senso  regna sovrano e noi li rispettiamo. Ci sono delle regole suggerite per poter portare a termine un bel lavoro ordinato e piacevole alla lettura.

Scegliere un tema prima di partire, tenere il diario ogni giorno anche solo per dieci minuti, leggere Chatwin e Terzani, descrivere invece di spiegare, rileggere e tagliare: sono consigli giusti. Il limite sta nell'immagine di viaggiatore che portano sotto traccia, una specie di telecamera con le gambe che registra il mondo e lo riporta a casa in buona risoluzione. In questo modello tu stai fermo e il paesaggio ti scorre davanti.

Chi ha viaggiato davvero sa che questo non succede quasi mai, troppi suoni, colori, emozioni, gioie e delusioni. Nicolas Bouvier, nell'Usage du monde, lo ha condensato in un'idea che i viaggiatori si passano di mano da oltre mezzo secolo: pensi di fare un viaggio, e presto è il viaggio a fare te, oppure a disfarti. Se prendiamo sul serio questa inversione, il libro cambia mestiere. Diventa un modo di conoscere, un esercizio di interpretazione e un dispositivo di trasformazione di se stessi, anche semplicemente un mezzo per un fine. Sono concetti ingombranti, e vale la pena smontarle piano piano.

Il crocicchio da Hermes al Demonio

Nella Grecia antica, agli incroci delle strade, si incontravano le erme: pilastri di pietra con la testa di Hermes in cima e, più in basso, un fallo eretto, la società patriarcale aveva già sostituito la matriarcale più antica, dettaglio che i sussidiari scolastici tendono a sorvolare. Hermes proteggeva i viandanti, i mercanti, i ladri e i messaggeri, e accompagnava le anime oltre il confine dei morti. Era, in breve, il dio di chiunque fosse su una soglia da attraversare.

La tradizione lega il suo nome all'ermeneutica, l'arte di interpretare, attraversare la soglia della spiegazione del mondo. Platone ci gioca con il termine nel Cratilo e l'accostamento è così bello che lo ripetono quasi tutti. I filologi lo considerano un'etimologia dubbia, probabilmente sbagliata. Lo dico subito perché è un ottimo esempio della questione che a noi interessa di più: una storia può essere falsa per quello che dice, il dato, e vera invece come mappa. Allora che Hermes abbia generato la parola è decisamente improbabile. Che incarni il senso dell’attraversamento è evidente, perché l'interprete fa passare un significato da un mondo all'altro, e il viaggiatore fa esattamente questo usando il proprio corpo, è un traghettatore di senso tra i mondi anche geograficamente lontani.

Poi c'è l'altro Hermes, il Trismegisto dei testi ermetici, con la massima della Tavola di Smeraldo: ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto. Tradotto in termini di viaggio, il paesaggio fuori e il paesaggio dentro si cor-rispondono. Qui serve cautela, perché questa idea alimenta una quantità imbarazzante di banalità metaforica e cattiva letteratura, quella in cui il deserto è sempre «il deserto interiore» e ogni tramonto rimanda all'anima. La corrispondenza ermetica funziona finché resta una domanda aperta e muore quando diventa un’equazione, poche spiegazioni per il lettore e molte domande invece. La pioggia di Lisbona può rispondere a qualcosa che hai dentro. Può anche essere semplicemente pioggia. Infine c’è il Demonio del Blues che incontri portando una chitarra al crocicchio di una strada, lui ti donerà il talento, ma sei pronto a donargli l’anima? Demonio e equivale a Daimon, șei pronto a trovare il tuo e rinascere a nuova vita?

Come una lettera che arriva da casa

Ma come conosciamo ciò che pensiamo di conoscere? La domanda è filosofica e sembra apparentemente lontana dalla concretezza della quotidianità, ma questa concretezza come la interpretiamo e perché la mia è diversa dalla tua o dagli abitanti del mercato galleggiante di Bangkok?  Si tratta di  Gnoseologia ragazzi!, in parole povere, significa riflessione su come conosciamo quello che crediamo di conoscere. Un libro di viaggio con questo intento si chiede meno «che cosa ho visto?» e molto di più «con quali occhi l'ho visto, e da dove venivano quegli occhi?».

Tra i testi gnostici c'è un racconto che sembra scritto per chi parte. È l'Inno della Perla, conservato negli Atti di Tommaso, un apocrifo del terzo secolo. Un principe viene mandato dall'Oriente in Egitto a recuperare una perla custodita da un serpente. Arrivato, indossa le vesti del posto, mangia il cibo del posto e si dimentica chi è e perché è venuto. A svegliarlo è una lettera dei genitori che gli vola incontro in forma d'aquila. Il principe ricorda, incanta il serpente pronunciando il nome del padre, prende la perla e torna. Al ritorno gli restituiscono la veste regale, e guardandola ci vede riflessa la propria immagine.

Rileggila dal punto di vista di chi scrive. Il viaggio ha bisogno di una certa dose di oblio, perché chi ricorda troppo bene sé stesso non vede niente di nuovo. Il diario è la lettera che arriva a ricordarti, e il libro che scriverai dopo è la veste in cui, con un po' di fortuna, ti riconosci. C'è una distinzione su cui insisto sempre nei miei corsi: la conoscenza è quello che sai di un luogo, la comprensione è quello che il luogo ha fatto al tuo corpo. La prima la trovi in qualsiasi guida turistica. La seconda te la dà solo il viaggio, e la scrittura è il modo per renderla rileggibile.

Un racconto diviso in tre momenti

Paul Ricoeur ha descritto il racconto come un arco in tre movimenti, che chiamava mimesis I, II e III. Semplificando molto: c'è la vita, che è già piena di storie prima che tu scriva una riga, c'è la messa in trama, e c'è il momento in cui chi legge cambia il proprio modo di vedere. Un libro di viaggio ermeneutico fa coincidere questi tre tempi con il prima: la partenza,  il durante: il viaggio vero proprio, e il dopo: quando torni cambiato, con nuovi orizzonti di senso.

Prima di partire lavori sulle storie che porti già con te: i film, i romanzi, i pregiudizi, i racconti di famiglia su quel posto. Scrivile, perché dopo ti serviranno come termine di paragone. Hans-Georg Gadamer chiamava questo bagaglio «pregiudizio» senza alcuna sfumatura negativa: è l'orizzonte da cui guardi, e l’orizzonte ti serve per vedere al di qua ed al di la del confine. Nel suo lessico l'incontro con l'altro è una fusione di orizzonti, e la fusione riesce quando il tuo orizzonte ne esce un po' spostato.

Durante il viaggio il taccuino dovrebbe registrare differenze, dovrebbero venire naturali, tu osservale. Gregory Bateson  ci aiuta a comprendere: definiva l'informazione come una differenza tra ciò che sai e ciò che osservi, che produce ulteriore differenza, ed è la regola d'oro del diario. Il nome della trattoria è un dato. Il fatto che lì nessuno avesse fretta di portarti il conto, e che questo ti abbia irritato per venti minuti e poi, senza preavviso, commosso, è informazione. Bateson ripeteva anche, prendendola da Korzybski, che la mappa non è il territorio. Il diario è una mappa, il libro sarà la mappa di quella tua  mappa di partenza rivista e corretta con la tua vita, e saperlo ti protegge da una forma diffusissima di ingenuità: la convinzione di raccontare le cose come sono andate “veramente”.

Dopo il viaggio arriva la storia vera e propria, e qui l'ermeneutica diventa una questione che ha a che fare con l’etica, perché i luoghi e le persone che racconti non possono replicare a quello che racconti. Il caso di Chatwin resta istruttivo. Dopo l'uscita di In Patagonia alcuni abitanti che ci si riconobbero protestarono per come erano stati ritratti. Il libro è rimasto un capolavoro e la protesta è rimasta legittima. Non ho una formula per conciliare le due cose, e diffido di chi dice di averla.

Il cervello cammina

C'è una ragione biologica per cui i ricordi di viaggio sono così nitidi. John O'Keefe, May-Britt ed Edvard Moser hanno ricevuto il Nobel nel 2014 per aver scoperto le cellule di posizione e le cellule griglia, i neuroni con cui l'ippocampo costruisce la mappa dello spazio. Lo stesso ippocampo è il regista della memoria episodica, quella che ti dice dove e quando è successo qualcosa. Spazio e memoria, nel cervello, sono vicini di casa, abitano lo stesso quartiere. La novità, poi, rafforza la codifica dei ricordi attraverso un circuito in cui entra in gioco la dopamina, e un posto sconosciuto è per l'ippocampo un invito a registrare tutto.

Per chi scrive le conseguenze di tutto questo sono molto concrete. Ancorare ogni pagina a un punto preciso (quella panchina, quell'angolo, la luce a quell'ora) consolida il ricordo di ciò che hai provato. Chi lavora con il trauma conosce anche il rovescio della faccenda: un'esperienza che ha perso le sue coordinate di spazio e tempo continua a sembrare presente. Scrivere di viaggio è una ginnastica delle coordinate. Allena a dire «ero lì, era allora», frase semplicissima con un potere che quasi tutti sottovalutano. E nell’esercitare la presenza si parte sempre dal “io sono qui in questo momento”

Soglie

Parliamo ora di riti di passaggio e lo facciamo con l’aiuto di due studiosi importanti nell’ambito, Arnold van Gennep, e dopo di lui Victor Turner, hanno descritto i riti di passaggio in tre fasi: separazione, margine, reintegrazione. Turner chiamava liminale la fase di mezzo, quella in cui non sei più chi eri e non sei ancora chi sarai, e notava che proprio lì nasce una solidarietà spontanea tra sconosciuti che battezzò communitas. Chiunque abbia diviso un panino con degli estranei in una stazione, di notte, con il treno in ritardo, sa perfettamente di cosa parlava. Vivere i momenti presenti è la chiave, notarli e descriverli è metacognitivo

Il pellegrinaggio è la forma più antica del viaggio trasformativo, e la letteratura ne ha lasciato un modello formale da studiare. Nel 1689 Matsuo Bashō vendette la sua capanna e partì a piedi per il nord del Giappone. Ne nacque l'Oku no hosomichi, che in italiano circola con titoli come Lo stretto sentiero del profondo Nord, scritto in haibun: prosa asciutta interrotta da haiku. La prosa segue la strada, l'haiku apre all'improvviso una finestra verticale, un istante in cui il racconto si ferma e qualcosa accade. Questo è un formato da rubare senza vergogna. Anche se non scrivi haiku, puoi alternare pagine narrative a brevi blocchi in cui fissi soltanto un istante, senza spiegarlo.

Si tratta di esperienze di picco e di stati non ordinari di coscienza: momenti in cui il confine dell'io si allenta e ti senti parte di qualcosa di più ampio (Maslow e Grof). In viaggio capitano più spesso, forse perché le abitudini che sostengono la percezione del sé quotidiano sono rimaste a casa, nel cassetto con le bollette e gli altri mosconi che ronzano nella testa. Scriverne è rischiosissimo, e dobbiamo stare attenti a quanto reggono al tempo, Il mio consiglio è trattarle come Bashō tratta l'haiku, con pochissime parole e molto bianco intorno.

Quello che non entra nel taccuino

Ora chiediamo aiuto a Lacan. Lui distingueva il simbolico, cioè il linguaggio con cui mettiamo ordine nel mondo dando un nome alle cose come Adamo, dal reale, che è ciò che resiste a qualsiasi tentativo di essere detto, descritto, pronunciato. Ogni viaggio ne contiene un pezzo: il momento che non riesci a scrivere, oppure che scrivi e suona falso appena lo rileggi. La tentazione è riempire il vuoto di aggettivi. Non farlo.  Conviene lasciarlo nel libro come un buco dichiarato, una pagina che ammette di non farcela. La parola illeggibile del taccuino appartiene a questa famiglia, e un libro di viaggio onesto ha almeno un punto in cui il narratore confessa di non sapere.

Chi viaggia con te

Nessuno parte davvero da solo. Chi lavora con le costellazioni familiari vede spesso quanto certi luoghi siano carichi di presenze: la terra da cui è emigrato un bisnonno, la città in cui un genitore ha vissuto un amore di cui in casa non si parla, il paese dove qualcuno avrebbe voluto andare e non è mai andato. Prima di partire propongo di scrivere una pagina su chi, nella tua famiglia, ha viaggiato, chi è emigrato e chi non si è mai mosso. Capita di scoprire che il viaggio che stai per fare risponde a una domanda che non era tua.

Dallo psicodramma di Jacob Levi Moreno arriva uno strumento semplice e potentissimo, l'inversione di ruolo. Scegli una persona incontrata lungo la strada, anche per pochi minuti, e scrivi una pagina con la sua voce, raccontando te come sei stata vista da lei. Poi prova a farlo con il luogo: il fiume, la piazza, la città che ti ha accolto o ti ha respinto. È il correttivo più rapido che conosco per la miopia dell'io protagonista.

In gruppo, durante un laboratorio o un ritiro, questi materiali diventano gioco. Ognuno legge ad alta voce una pagina del diario di un altro partecipante, e l'autore ascolta la propria esperienza nella voce di qualcun altro. Poi il gruppo restituisce ciò che ha sentito senza interpretare e senza consigliare, come fanno i testimoni esterni nella terapia narrativa di Michael White. Chi ascolta il proprio viaggio da un'altra bocca scopre quasi sempre che la storia era più grande di come la stava tenendo in mano.

Una pratica minima

Se vuoi provarci, ecco una sequenza che puoi seguire anche da solo. Prima di partire scrivi una lettera al te stesso che tornerà, sigillala e non riaprirla fino al rientro. In viaggio tieni un diario delle differenze, annotando ogni giorno una cosa che ti ha “spostato”, anche di poco. Almeno una volta pratica l'inversione di ruolo con una persona o con un luogo. Quando torni apri la lettera e rispondi, senza correggere quello che il te di prima credeva ed ha scritto. Solo a quel punto, con queste pagine davanti, inizi a pensare alla trama del libro.

Adesso è il momento delle obiezioni. 

La prima è il turismo dello spirito. Edward Said ha mostrato come l'Occidente abbia usato l'Oriente per secoli come sfondo per i propri drammi interiori, e molti libri di viaggio «trasformativi» cadono in pieno nella trappola: l'altro esiste per illuminare me. Mangia prega ama è stato criticato proprio per questo. La risposta, credo, sta nell'ermeneutica stessa. Una fusione di orizzonti è autentica quando l'altro ha la possibilità di opporsi, di sorprenderti, di smentirti. Un test pratico: le persone che descrivi si riconoscerebbero? Potrebbero leggerti senza sentirsi una scenografia?

La seconda obiezione riguarda l'obbligo di trasformarsi. Se ogni viaggio deve produrre un'illuminazione, il libro finisce per essere una recita. La psicologia narrativa di McAdams mostra che le sequenze di redenzione fanno bene, ma una redenzione forzata è una bugia  vestita per l’occasione con la cravatta. Bateson considerava rarissimo e perfino pericoloso quello che chiamava apprendimento di terzo livello, il cambiamento del processo stesso di apprendimento. La maggior parte dei viaggi sposta qualcosa di più piccolo, per esempio il modo in cui guardi la porta di un bar. Questo può bastare, e un libro che lo dice chiaramente è più credibile di cento epifanie.

Resta la parola nel taccuino. L'hai guardata alla luce della finestra, poi con la lampada del telefono, poi di sbieco. L'hai fatta vedere a un amico, che ci ha letto «posto». Adesso le ipotesi sono tre, e ti accorgi che tutto sommato va bene così, la cosa non ti dispiace affatto, è quella la porta cambiata del bar e ci sei tu che la guardi.

Pensa che per ogni viaggio potrai far emergere una parte di te, una sfilza di viaggi nel mondo, una collana di personaggi nel tuo infinito universo di senso.